Vincenzo Cosco, dolore e tristezza per un uomo che aveva ancora tanto da dare al mondo del calcio

foto da seftorrescalcio.it
foto da seftorrescalcio.it

Sarà un derby tristissimo, quello tra Termoli e Campobasso, due delle tante squadre di Vincenzo Cosco, che ha giocato ed allenato sia in riva all’Adriatico che sotto il Castello Monforte.  Le parole mai come in questa circostanza sono inutili di fronte a fatti del genere. Cosco era “traversale”, gli hanno voluto bene in tanti, tutti quelli che lo hanno conosciuto. 

Il Molise sportivo perde una colonna. Uno che, partito da Santa Croce di Magliano, era riuscito ad arrivare nel calcio professionistico con una grande forza di volontà e sacrificio. Con merito, con grande applicazione e senza spintarelle. Un uomo autenticamente “vertical”, di enorme passionalità, spessore umano e grandi conoscenze calcistiche.  Autodidatta, mai sazio di apprendere e di confrontarsi. Divoratore di libri, di ogni genere. E non solo di tecnica e di tattica. “Hai letto quello di….”? Era una delle sue domande preferite, una sorta di introduzione ad un’interpretazione del calcio e dello sport. Biografie, storie, avventure. Tutto era pane per i suoi denti. Per il suo bagaglio di condottiero autentico, per dare la carica a qualche suo giocatore giù di corda. No, non è giusto, per sé e per la sua famiglia. Troppo presto è andato a dispensare la sua umanità da un’altra parte. Aveva ancora tantissimo da fare, da dire e da dare. Un forte abbraccio alla famiglia, colpita in maniera così crudele dal destino e che dovrà fare i conti con un vuoto incolmabile.

Per me non è mai stato un allenatore. Nel senso che è sempre stato “Vincenzo”. Che fosse a Pagani, in Ungheria, ad Atessa, a Vasto, ad Isernia, Termoli, Bojano, Gela, Campobasso a Busto Arsizio, ad Andria, a Matera. Nel suo lungo giro d’Italia si è fatto apprezzare anche dai presidenti che hanno dovuto subire le sue dimissioni, dai colleghi che lo hanno preceduto o sostituito, dai suoi calciatori, anche quelli che non faceva giocare quasi mai e che avrebbero avuto mille motivi per “odiarlo”.  La sua breve esperienza in rossoblù è stata “magica”, sia pure in un campionato finto per via dell’assenza di retrocessioni. Parlare con lui era come fare in poche ore un corso accelerato a Coverciano.  Con lui si passava da Mourinho e dalla Champions, alla Coppa d’Africa, alla prima categoria molisana, alla “sua” Turris.  Passando per il Lecce dei Tesoro e del Carpi dei miracoli, naturalmente tra un messaggio e l’altro. “Gli rispondo dopo”. “Quando parli ti accorgi immediatamente se c’è attenzione nel tuo interlocutore” e continuava, a sfogliare idealmente le pagine del suo libro preferito. Ovvero Il calcio, nei suoi mille aspetti, molti di più di quelli che si conoscono.

E naturalmente si tornava a disquisire anche del Campobasso. Era convinto di tornare ad allenarlo, prima o poi. Ma anche del “più buono caseificio della zona, te lo dice Vincenzo, quello è proprio di serie A”.

Stefano Castellitto

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: