Venti centimetri in totale, suddivisi tra lama (8 cm) in acciaio inox Aisi e manico in corno vaccino di origine naturale, lavorato interamente a mano. Una forma sinuosa con curvatura del codolo (parte terminale del manico) verso il basso molto più accentuata rispetto a tutti i classici coltelli prodotti a Frosolone. Il perché è spiegato dal fatto che quest’ultima opera d’arte della storica Coltelleria di Domenico Fraraccio e figli, Nicola e Michele, era a suo tempo impugnata da mani di donna, più sottili e affusolate, con presa comunque decisa. Parliamo di Brigantessa, un coltello creato dalla storica fabbrica molisana, «simbolo di tutte le donne e gli uomini che ogni giorno combattono per difendere un’idea, una tradizione, una storia e l’orgoglio di essere in una parte d’Italia, in un Molise meraviglioso che della resilienza ha fatto il suo baluardo».
Nato dalla volontà di associare una “lama” tagliente, pericolosa e decisa come Michelina Di Cesare, personaggio storico emblema della ribellione di centinaia di poveri che subirono sui nostri monti, quelli del Matese (campano e molisano), i disegni politici di coloro che attraverso loro vollero creare e stabilire una nuova classe dominante. «La vita delle contadine e dei contadini del sud fu un’esistenza di stenti, fame, privazioni e tale fu, in quel tempo, in tutti gli Stati in cui il rispetto per l’essere umano non era ancora contemplato. Quindi ovunque. Questi erano banditi ma spesso venivano chiamati briganti. Ma banditi e briganti non erano la stessa cosa. Michelina fece parte del brigantaggio meridionale postunitario, fenomeno complesso, multiforme, che era sì figlio di una lunga tradizione di protesta ma che aveva spinte fortemente legate ai nuovi tragici avvenimenti storici. Si sviluppò nei territori dell’ex Regno delle Due Sicilie all’indomani della nascita dell’Italia e fu un moto di ribellione complesso che aveva in sé molte anime: ex soldati borbonici, legittimisti, disertori, i poveri. Ce li raccontarono e ce li descrissero come criminali antiunitari, come continuatori di una tradizione illegale scrivendo le pagine di quest’altra faccia del Risorgimento con il pennino intinto nell’inchiostro del pregiudizio antimeridionale. Dalla loro parte ebbero un nutrito corpo di possidenti, più o meno ricchi, che sfruttarono questa visione per coltivare meglio i propri interessi a danno, ancora e sempre, delle classi più umili, diseredate, sfruttate. Quelli che combatterono nei boschi fitti e folti dell’Italia meridionale scelsero a volte senza altra possibilità di scelta. Disobbedire fu una necessità».
Le parole sono quelle usate da Nadia Verdile, casertana di origini molisane, che da trent’anni si (pre)occupa di far conoscere la verità su quel particolare periodo storico, scrittrice-giornalista ed autrice del volume “Michelina Di Cesare” per Pacini Fazzi editore, musa ispiratrice del coltello frosolonese, in cui si narrano le gesta della Brigantessa di San Leucio (frazione borbonica per eccellenza della città di Caserta insieme a Vaccheria), legata indissolubilmente anche alla sponda molisana di quelle montagne, e di Ciccio Guerra, suo compagno nella vita e nella lotta.
«Il modello – dichiara Domenico Fraraccio nel numero di fine anno della rivista di settore “Lame d’autore” – si ispira alla sua storia, alla brigantessa che percorse, in lungo e in largo, i monti del Matese, la più presente nella storia e nell’immaginario collettivo di questa terra. Nella ricerca della tipologia del coltello utilizzato dai briganti del tempo ci siamo imbattuti in due differenti tipologie: c’era il coltello da offesa, di dimensioni molto abbondanti e con la lama lunga e acuminata; ed uno di più piccole dimensioni, utilizzato nel quotidiano».
«La curiosità – aggiungono i figli di Domenico, Michele e Nicola – si è concentrata su questa seconda tipologia di coltello. Non abbiamo rinvenuto materiale fotografico del tempo ma siamo riusciti ad avere e ad ammirare alcuni esemplari del tempo, utilizzati anche dai pastori che vivevano sui monti del Matese. Tutti sono accomunati da alcune caratteristiche: la lunghezza non superiore ai 20 cm, la forma della lama, con ampia pancia verso la punta, e con larghezza di circa 2 cm nella parte centrale, il manico in corno di mucca. Proprio sulla forma del manico (realizzato in corno vaccino, all’epoca materiale povero, di uso comune, legato all’attività di allevamento, materiale con cui venivano realizzati strumenti ed utensili per la campagna) abbiamo concentrato l’attenzione notando come i coltelli in nostro possesso fossero caratterizzati dalla curvatura del codolo (la parte finale del manico), molto più accentuata dei modelli di Frosolone».
Produttori di coltelli da cinque generazioni, la loro storia è strettamente legata a quella del paese in provincia di Isernia simbolo della produzione di lame. Una storia di resilienza, tutta molisana, che vede i Fraraccio combattere con la sapienza dell’artigianato il grande mondo delle produzioni industriali nell’ambiente fatato del capannone nella zona industriale dove, come nelle favole, una squadra di operai “unici” svolge la propria mansione con saggezza e maestria con macchine industriali e banconi da lavoro in legno al loro posto da tantissimi anni, creando pezzi irreplicabili, ineguagliabili, che purtroppo trovano appropriato riconoscimento nelle tante commesse provenienti da fuori regione. Stesso dicasi per Annunziatina Gallo, tessitrice, custode di un’antica tradizione di orditura e tessitura a Montemitro (CB) chiamata “serpitjel” che ha realizzato, uno ad uno, i foderini che custodiscono Brigantessa, «coltello simbolo di una terra che non si arrende, di persone e luoghi dimenticati che sono stati protagonisti della storia dopo l’Unità d’Italia».
© Maurizio Silla