«Prevenzione e rispetto delle norme devono essere la priorità, basta morire sul lavoro»

* di Franco Spina

Il 2021 non nasce sotto i migliori auspici per quanto attiene gli infortuni mortali sul lavoro. E’ di ieri la notizia dell’ennesima vittima sul lavoro, l’incidente mortale avvenuto a Campomarino, come quello di solo qualche giorno fa a Prato, riportano all’attenzione di tutti il tema della salute e sicurezza nei luoghi di lavoro.

Se è vero che nel 2020 e all’inizio del 2021, anche per effetto della pandemia e del blocco di molte attività lavorative gli infortuni sono diminuiti, non si può dire altrettanto per quanto attiene quelli mortali. Sono 554.340 gli infortuni sul lavoro denunciati all’Inail nel 2020, in calo del 13,6% rispetto ai 641.638 dell’anno precedente, e 1.270 quelli con esito mortale, 181 in più rispetto ai 1.089 del 2019 (+16,6%). Se i decessi in itinere, occorsi cioè nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il luogo di lavoro, sono diminuiti di quasi un terzo, da 306 a 214 (-30,1%), quelli avvenuti durante il lavoro sono invece aumentati del 34,9%, da 783 a 1.056.

È tangibile che, pur con meno lavoro e meno infortuni nel complesso, aumentano i decessi legati al lavoro. La tendenza preoccupante dello scorso anno, si conferma in questi primi mesi del 2021. L’ultimo rapporto trimestrale Inail, conferma che da gennaio a marzo si sono verificati 181 infortuni mortali con una media di 2 decessi al giorno. Secondo alcuni osservatori indipendenti sugli infortuni, il conto aggiornato ad oggi sarebbe di 234 vittime, una vera e propria emergenza. Il tema sicurezza, tutela della salute, formazione e investimenti tecnologici, devono urgentemente tornare ad essere una priorità per l’intero Paese.

Nonostante le norme, i protocolli e gli impegni sempre dichiarati sulla necessità di garantire condizioni di lavoro sicuro, è inconcepibile che si abbiano questi spaventosi numeri di vittime. Urge passare da una politica che prende atto del problema, ad una politica che affronti il problema. Ad ogni evento luttuoso, si susseguono impegni, prese di posizione, frasi di circostanza sulla necessità di garantire meglio la salute e i diritti dei lavoratori, poi passato il momento si torna a parlare di altro rimuovendo il tema dall’agire quotidiano. Questa pandemia ha evidenziato un calo di attenzione verso la prevenzione. In alcuni casi l’investimento nella sicurezza viene visto oggi più di ieri solo come un costo che mal si concilia con il profitto, la concorrenza e la ripresa. Servono investimenti nella prevenzione e nella cultura della sicurezza, una formazione continua e processi di innovazione capaci di eliminare le fonti di rischio. Come CGIL abbiamo sempre ribadito che la sicurezza è un diritto fondamentale di chi lavora e pretendiamo si faccia il necessario per garantirne l’esigibilità. Bisogna investire in formazione e sul sistema dei controlli.

Ad oggi, l’ispettorato nazionale è sotto organico, ci sono 4.500 dipendenti a fronte di una necessaria dotazione organica di 6.500 addetti, così anche sul fronte dei dipartimenti di prevenzione delle Asl dove ci sono 2.000 addetti contro i 5.000 presenti nel 2009. Anche sul fronte Inail, siamo sotto organico con solo 246 addetti dedicati. È evidente che esiste una scarsa attenzione delle istituzioni governative a tutti i livelli, con questa situazione è molto difficile completare un processo di controlli legato alla cultura della sicurezza e al rispetto delle norme.

Occorre procedere con urgenza ad integrare i sistemi tra Inail, Asl e Ispettorato del lavoro. La mancanza di una banca dati unica sugli infortuni e sui controlli, la carenza di personale dedicato, confermano da parte del legislatore una sottovalutazione del problema e, di conseguenza, delle soluzioni che servirebbero per affrontare seriamente il fenomeno. Anche a livello territoriale serve una vera inversione di marcia. In più circostanze, come CGIL, abbiamo evidenziato la necessità di sottoscrivere con le due Regioni (Abruzzo e Molise), un protocollo che riguardi la legalità e la sicurezza negli appalti pubblici, in una necessaria rivisitazione anche della legislazione regionale in materia di lavoro. Le tematiche della qualità del lavoro e dei diritti dei lavoratori si affrontano anche in questo modo e, nel contempo, si rende più efficace la difesa di quelle aziende che applicano correttamente le norme dei CCNL ed effettuano puntualmente investimenti sulle norme in materia di salute e sicurezza evitando pratiche di concorrenza sleale.

Ci auguriamo che le tante dichiarazioni pubbliche di questi giorni possano trasformarsi effettivamente in atti concreti, noi lavoreremo in questa direzione sollecitando sempre un’attenzione massima sul tema, poiché ribadiamo con forza che non si può continuare a morire di lavoro.

* Segretario regionale Cgil Abruzzo Molise

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