Nadia Verdile e “Michelina Di Cesare” a Campagna Letteraria “Vincenzo Ferro”. Con lei “Brigantessa”, coltello ispirato prodotto dalla storica azienda Fraraccio

Il consueto appuntamento di “Campagna Letteraria – Vincenzo Ferro” presso la splendida location delle Officine della Pasta del Pastificio La Molisana di Campobasso ha accolto, ieri, per la prima volta in Molise, la scrittrice Nadia Verdile.

Nata a Napoli, residente a Caserta ma di origini molisane di Macchiagodena (IS), Nadia Verdile ha dato alle stampe numerosi libri e saggi pubblicati in riviste nazionali ed internazionali. Relatrice di convegni e seminari di studio, come storica, da anni dedica la sua ricerca alla riscrittura della Storia delle Donne. Il volume presentato, infatti, racconta la vera storia di Michelina Di Cesare (per la collana “Italiane” Maria Pacini Fazzi editore), una delle tante “brigantesse” spesso e volentieri dimenticate dalla narrazione storica del fenomeno del “brigantaggio” sviluppatosi durante il tribolato periodo che vide il passaggio dal Regno delle Due Sicilie all’Unità d’Italia.

«Raccontare la storia di briganti e brigantesse vuol dire narrare la storia di popoli che furono al centro di disegni politici che di loro non tennero alcun conto ma che di loro si servirono per creare o stabilizzare una nuova classe dominante. Per le donne fu ancora più difficile e complesso. Chi erano le brigantesse? Cosa hanno rappresentato in quel decennio di lotte le loro menti, i loro corpi, le loro armi?». La condizione delle donne, dunque, il loro ruolo profondamente secondario quando non ignorato del tutto; la povertà più triste dei contadini dell’epoca nelle nostre zone, quelle del Matese che divide Campania e Molise, racchiusi in casolari di una sola stanza da condividere con pecore e galline, e ripararsi dal freddo di boschi e montagne, quelle al confine tra Caspoli (in provincia di Caserta dove Michelina nacque nel 1841) e Mignano Montelungo, nel venafrano, dove trovò la morte insieme ai suoi amici (tradita per denaro dai suoi stessi conterranei) colpita alle spalle, violentata ed esposta nuda al pubblico ludibrio nella piazza principale del paese.

«Finiva così – scrive l’autrice nel suo volume – in una notte di tempesta, alla fine di agosto, la vicenda umana, pubblica e privata, di Michelina Di Cesare, nata povera, vissuta povera, usata perché povera. […] Finiva così il sogno di giustizia e libertà di una donna nata per caso, in un paese abusato, in un Regno rubato […] Nel frattempo, a Firenze, il presidente del Consiglio Luigi Federico Menabrea, cercava un luogo dove deportare i briganti rimasti in vita. “Tutti i criminali meridionali dovrebbero essere deportati in un luogo disabitato e lontano migliaia di chilometri dal Belpaese. In Patagonia, per esempio”. […] Per quasi un quinquennio, il governo del Regno d’Italia tentò di ottenere da potenze straniere, a qualsiasi latitudine purché il luogo fosse disabitato, un lembo di terra per internare i meridionali ribelli. Fu guerra civile, fu occupazione, fu tentativo di deportazione. Fu Italia anche questa».

Tuttavia, legata a doppio filo con il saggio della Verdile, c’è un’altra opera, presentata anch’essa durante la serata: la “Brigantessa”, infatti, è la riproduzione (non fedele ma ispirata al periodo e ai personaggi) del coltello che i contadini dell’epoca usavano portare in tasca, non per commettere crimini (per quello c’era il pugnale) ma per svolgere le mansioni quotidiane: tagliare piccoli rami, scuoiare animali, tagliare corde, fortemente voluta da Michele e Nicola Fraraccio, figli di Domenico, proprietari della coltelleria di famiglia a Frosolone.

Questo coltello a serramanico racconta di un tempo passato fatto di lotte per sopravvivere e di combattimenti per la libertà. «Nella ricerca della tipologia del coltello utilizzato dai briganti del tempo – afferma Michele – ci siamo imbattuti in due differenti tipologie: c’era il coltello da offesa, di dimensioni molto abbondanti e con la lama lunga e acuminata; ed uno di più piccole dimensioni, utilizzato nel quotidiano. Avevano armi le bande brigantesche, fucili, pistole, pugnali, stiletti, piccole roncole. Gli uomini erano armati con fucili a doppia canna, carabine a tamburo rotante, fucili militari borbonici, schioppi, revolver e pistole. Michelina Di Cesare anche, come dimostrano le poche foto che di lei ci sono pervenute, ma tutte le brigantesse avevano coltelli che sapevano perfettamente maneggiare. C’erano quelli per combattere all’arma bianca e c’erano le piccole roncole a serramanico che erano indispensabili per tagliare rami, escrescenze legnose. Leggeri e maneggevoli, comodamente tascabili, erano il secondo coltello di ogni brigantessa e di ogni brigante.

La curiosità – aggiunge e termina – si è concentrata su questa seconda tipologia di coltello. Siamo riusciti ad avere e ad ammirare alcuni esemplari del tempo, utilizzati anche dai pastori che vivevano sui monti del Matese. Tutti sono accomunati da alcune caratteristiche: la lunghezza non superiore ai 20 cm, la forma della lama, con ampia pancia verso la punta, e con larghezza di circa 2 cm nella parte centrale, il manico in corno di mucca, materiale povero e facilmente reperibile tra i pastori».