Il messaggio di Natale dell’Arcivescovo Giancarlo Bregantini

bregantini a1“Nel presepe vivente di un piccolo paese della mia diocesi, Cantalupo, volutamente hanno accentuato con tono duro le tre risposte che a Maria e Giuseppe, in cerca di un alloggio, danno i gestori delle tre locande. E’ la scena classica delle recite per Natale. Di tutti i presepi viventi, dove si accompagna con cuore trepidante il bussare di questi due sposi, angosciati, mentre cercano un giaciglio, per la notte, con lo sguardo al grembo gonfio di vita di Maria. Ogni locanda diventa così un pezzetto del nostro cuore. E soprattutto del nostro tempo, eco della tremenda frase del Vangelo: “lo depose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’albergo!” (Lc 2,7).

Non c’era posto! Ieri ed oggi. Un albergatore risponde con tono seccato: “Andate via da qui, siete poveri, non avete nemmeno uno spicciolo. Non meritate. Non c’è posto per voi nella mia locanda”! Il secondo ne fa eco: “via, via…qui non posso accogliervi. Non avete il permesso di soggiorno. Non posso rischiare. Ci saranno rigidi controlli della polizia ed io finirò nei guai!”. Il terzo addirittura offende, con tono sarcastico, quando dice: Siete di pelle scura, chissà quali malattie ci porterete nelle nostre case. Avete di certo la scabbia. Si sente già un cattivo odore. Via di qui. Altrimenti chiamo i carabinieri!”.

Tutto si fa messaggio, inquietante, per il nostro tempo, che vive e proclama la democrazia, ma poi non sa aprire il cuore. Siamo prossimi, per i tanti strumenti di comunicazione che abbiamo in tasca. Ma non siamo fratelli. Non viviamo da fratelli. E la porta, aperta così solennemente per il Giubileo, fa poi fatica ad aprirsi nelle nostre case e nei nostri cuori.

Questo è invece il giorno della Presenza, che riscalda il cuore persino dell’inverno, con sfondi naturali che poi convergono in un unico grido di gioia: “Vieni! Raggiungici, o Dio, là dove ci siamo fermati, dove ci siamo persi, dove ancora non vediamo barlume di ripresa”. Natale è per questo l’evento degli eventi, che ci fa capire che siamo spinti da una forza d’amore che sempre ci precede. Che è capace di vincere le nostre consuete paure, fatte rifiuto nelle tre locande.

E’ il gioco della notte più luminosa dell’anno che resta essa stessa stupita di fronte alla santa luce portata da un corpicino cullato e presentato al mondo come il Salvatore. Indifeso che però riscatta ogni cosa dal giogo del male. Anche del rifiuto subito. Per la forza di Maria e di Giuseppe ed il vivido accorrere dei pastori, meravigliati da così tanto splendore attorno alla capanna di Betlemme. Benedetto XVI spiegava questo con queste parole: “La luce nuova portata dal Natale si lascia vedere dagli occhi semplici della fede, dal cuore mite e umile. Se la verità fosse solo una formula matematica, in un certo senso s’imporrebbe da sé. Se, invece, la Verità è Amore, domanda la fede, cioè il ‘si’ del nostro cuore”.

Come vorremmo che quella luce trovasse ospitalità presso i nostri cuori, in modo convinto e determinante. Il velo dell’ignoto si è aperto. Ha dischiuso il suo mistero e per il cielo si dilata il sorriso di un Dio che è Padre. Profumo di sorpresa che ci porta lontano. Come balsamo si diffonde l’antico proverbio: “A chi sa attendere, il tempo apre le porte!”. Sguardo nello sguardo. Dio in quello dell’Umanità. Maria in quello di Gesù.

Parole tremule sono queste che ci visitano con la purezza di un’innocenza ricuperata, di un male risanato. Volto di Colui che ridona speranza alle persone inabissate in penose solitudini. Le braccia aperte di quel Bimbo nella mangiatoia sincronizza i cuori degli uomini che cercano pace. E’ la Vita che va in cerca di tutte le nostre vite. Ferite e piagate. Riscalda con il suo vagito le nostre resistenze più nascoste e rigide. Porta risveglio laddove ci siamo arresi e dati per vinti. Questo è il miracolo che ci viene incontro!

Di tutte le cose importanti da fare in questa notte di Natale ce n’è una che non può aspettare: Ringraziare e tornare a sorridere, sapendo che le braccia di Dio sono quel nido sicuro da dove niente e nessuno potrà mai strapparci. Perciò, anche le nostre braccia possono essere nido che accoglie e non locanda che respinge. La vita di ognuno è, come diceva don Mazzolari, un’attesa, dove “il presente non basta a nessuno. In un primo momento pare che ci manca qualcosa, più tardi ci accorgiamo che ci manca Qualcuno e lo attendiamo”. Auguri a tutti”.

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