Bentornato Campobasso… 32 anni dopo. Rossoblu promossi in terza serie dopo un’assenza che durava dal 1989. Cudini come Balleri

«Li ho fatti correre come “lupi” affamati, ho curato dall’inizio il fondo e la resistenza alla fatica sottoponendoli più spesso ad allenamenti differenziati. In campo poi ho cercato che in perfetta sincronia ognuno facesse la sua parte, senza “sgobboni” e senza “lavativi” che si nascondono per far fare agli altri quello che tocca a loro». «I ragazzi erano responsabilizzati già prima. Ho trovato giovani e anziani, cercando poi di armonizzare la squadra, di trovare la gradazione e poi la giusta fusione tra esperienza e ardore derivante dalla giovinezza. Non mi lamento, alcuni dei miei ragazzi hanno senza dubbio un futuro».

Chi lo ha detto? Cudini? Niente affatto. Così parlò Costanzo Balleri alla “Gazzetta dello Sport”, il “sergente di ferro” che per primo portò il Campobasso in serie C nel lontanissimo 1975. Una promozione che dirottò per la prima volta il Molise nel calcio “dei vivi”, dopo una lunga attesa di 41 anni, quando l’allora “Littorio” Campobasso si affacciò in Prima Divisione. Di fatto il terzo livello del calcio italiano, anche allora, nel bel mezzo del ventennio e delle due guerre. Tempi remoti, tanto lontani per usi e costumi, calcistici e non. Ma con un unico denominatore: la vittoria. Che è sempre uguale. Inebriante, bellissima, che viene rivendicata da “padri” sempre più numerosi ed unisce tutti.

Di giorni così ne abbiamo vissuti pochi, praticamente solo tre: il 25 maggio 1975 col 5-0 al Cerignola ci fu la prima gioia, l’1-0 alla Reggina (30 maggio dell’82) valse di fatto il secondo posto e la promozione in B, il 21 maggio 2000 il 3-0 alla Pro Vasto il ritorno in C2. Tre giorni scolpiti nella memoria che mandarono una città in visibilio. Ed è così anche oggi. Tifosi di vecchia data, quelli che “non seguivano più”, quelli che «ma esist angor u’ Cambuasc?», i soloni del'”avevo detto”, quelli molisani “del Molise” e quelli del “resto d’Italia”, o finiti dove la vita li ha portati. Tutti insieme appassionatamente ad urlare “Forza Lupi” ed a tirar fuori ogni bandiera o drappo rossoblù rimasto per molto tempo in soffitta. Pure oltre oceano il Campobasso ha trovato tifosi e simpatizzanti (ed in parte, vox populi, pure finanziatori). Ma il ritorno in C non è una fiction, è realtà.

Si riannoda un filo spezzato l’11 giugno 1989, allorquando a Catanzaro i “lupi” più spelacchiati che mai, si consegnarono alla sconfitta contro un Monopoli che ne aveva di più, ringalluzzito dall’aggancio effettuato all’ultima giornata proprio vincendo, in rimonta, a Selvapiana. Giorno più, giorno meno, fanno 11.690. Allora ci fu chi bruciò anche le bandiere, vinto dalla delusione, macchiandosi di un gesto ingiustificabile e “sacrilego”. Una, due, tre generazioni più tardi e complice la sparizione della vecchia C2 (o seconda divisione), riecco il Campobasso, sul terzo gradino del calcio italiano. E non sarebbe giusto dimenticare chi ci ha provato, partendo dall’Eccellenza, poco più di vent’anni fa, ovvero la società presieduta da Adelmo Berardo, che sfiorò l’approdo in C1.

Non è tempo, però, di guardare al passato cullandovici sopra come un comodo sofà a ricordare i tempi belli della B e della belle epoque del presidentissimo Molinari, un “visionario” che voleva la serie A e del quale, rileggendo le dichiarazioni dei suoi tempi, si apprezza sempre di più lo spessore umano e manageriale. Meglio guardare indietro per spiccare il volo come in un trampolino e pensare al futuro. La serie C, presumibilmente il “terribile” girone C, quello che darà ai giovani tifosi del “lupo” l’ebbrezza di vedere la propria squadra misurarsi in metropoli come Palermo, Bari e Catania, o scoprire Foggia, Messina, Pescara, Casertana, Avellino, Catanzaro, Potenza, Juve Stabia, ritrovare Turris, Teramo, Paganese e Monopoli.

Onore quindi a chi questo club ha fatto rinascere (nel 2013), ma soprattutto a questa compagine societaria, al “patron” Mario Gesuè che, prima da Londra ma poi spesso anche “in presenza” ha investito parecchio per risanare i debiti pregressi e poi per costruire una squadra forte e determinata, dando fiducia ad uno staff competente e determinato come e più di lui. Neanche la pandemia ha fermato questa “corazzata” per la categoria. Che ha sapientemente miscelato forza fisica e tasso tecnico, organizzazione e carattere, praticità e bel calcio, cambiando poco e bene in due anni. Merito senza dubbio di mister Cudini, che si è fatto scivolare addosso critiche ed offese, resistendo ad un possibile “esonero”. Da quel 20 ottobre 2019 (0-1 col Montegiorgio) 34 vittorie, 13 pari ed appena 3 sconfitte, con una media punti che non ammette repliche: 2.3. Da record.

Per pensare al futuro e programmarlo ci sarà tempo. Intanto alle “filastrocche” del passato si aggiunge anche quest’ultima: Racchichini, Fabriani, Vanzan, Brenci (Ladu), Menna, Dalmazzi, Candellori, Bontà, Cogliati, Esposito e Vitali. Più naturalmente tutti gli altri. La festa può cominciare.

Stefano Castellitto

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