di Vincenzo Di Sabato
“Come zucchero a velo, nuvole di bel tempo spolverano di bianco le terre della mia infanzia”. E’ il sintetico e meraviglioso resoconto – teletrasmesso dallo spazio, in “planetaria visione” – da Luca Parmitano, astronauta siciliano, il 28 luglio a 400 km dalla Terra. Ma egli, però, capovolge presto lo stupore in dolore, dopo aver messo a confronto le sue osservazioni, con le immagini raccolte prima di lui da altri cosmonauti, negli ultimi sei anni. Ed esclama: “Ho riscontrato deserti progredire e ghiacciai regredire!”. Drammatica constatazione intorno a tutti gli spaventosi e precipitosi surriscaldamenti; ai cataclismi, agli uragani ben noti e ostinatamente “commissionati” dall’avidità delittuosa dei marpioni potenti e prepotenti del mondo. Quelli cioè che hanno disertato e sbeffeggiato il “Meetimg sul clima” dello scorso dicembre in Polonia e rinnegato l’accordo sulla salvaguardia del Mondo già sottoscritto a Parigi nel 2015. Media e politica, insomma, hanno fallito davanti alla più distruttiva catastrofe degli ultimi decenni, inimmaginabile, così rapida apocalittica, fin dalla creazione dell’Universo. Non è, dunque, più fatalità morire anche di pioggia.
Bombe d’acqua a Isernia il 23, a Campobasso il 24 e il 25 agosto a Guglionesi. Solo pochi giorni fa! Una al giorno, per ogni giorno. Si son lì sbigottiti e interpellati sul perché di tanta furia burrascosa e devastante. Fenomeni sempre più frequenti e sempre più intensi, ci avvertono gli scienziati. Apprensioni, in verità, che i ragazzi di Isernia e Campobasso ma anche di Termoli e di Larino, ben conoscevano. Essi hanno avvertito l’emergenza ambientale e sono scesi in piazza, con tutti i giovani del mondo, il 9 marzo, in uno sciopero scolastico globale, sospinti dall’onda emotiva scatenata da Greta Thunberg, la tenace ambientalista svedese, poco più che bambina. Sono scesi in campo a chiedere salvagenti per “sora nostra madre Terra”. A pretenderli dai governanti dei nostri tempi, a quelli, cioè che erano i giovani contestatori de ’68; e a sconfessarli e deriderli per la loro infedeltà, inerzia e inazione. A far sentire, a tutte le orecchie del mondo il loro grido impulsivo “giù le mani dalla terra”, e ad intimarlo, soprattutto a quegli “adulti” tiranni del mondo, di invertire la rotta, perché ormai il tempo non ha più tempo. “La vostra azione è l’unica cosa di cui abbiamo bisogno, più della speranza”. Ed era rimarcato, proprio così, con le urla e su tanti cartelloni colorati e persuasivi.
E, invece, ahinoi. Gli affaristi e farabutti responsabili di tutti gli sfaceli universali stanno carbonizzando in questi giorni, a ritmi irrefrenabili l’Amazzonia, il polmone verde più grande della Terra. Mons. Adilson Pedro Busin, Vescovo titolare di Guardialfiera, ci singhiozza così la sua sofferenza dal Brasile: “l’implorazione e il miraggio sognato dal Sinodo dei Vescovi dell’America Latina – fissato al 3 ottobre ed unicamente riservato all’Amazzonia – è scosso dal dolore per l’irreparabile ecatombe, anche floristica e faunistica”. E Luca Palmitano, incaponito, giù a calarne dal cielo, foto terrificanti e cogitative. E, frattanto il 29 luglio è scattato ufficialmente il debito con la Terra. Abbiamo bruciato tutte le risorse naturali disponibili per l’intero anno solare.
La Conferenza Episcopale Italiana ha assegnato il tema all’odierna “14^ Giornata per la salvaguardia del creato”: “la biodiversità”, realtà fragile e preziosa, tipica per il territorio italiano, caratterizzato da una varietà di ecosistemi ordinati fra splendidi boschi, fra le corone dei monti ed il colore dei mari. Francesco Jovine, cultore ed ecologista di Guardialfiera dello scorso secolo, tratteggia queste nostre “terre basse, dove l’asprezza montana si arrotola in dolci colline e dove le olivelle magre, solitarie, in bilico sui dirupi, coi rami stenti, tormentati dal vento, donano ancora da duemila anni, l’olio giallo e denso come miele, da essere piaciuto tanto a Cicerone”.
Il 21 novembre 2017 – Festa degli Alberi – il Centro Studi “Perrazzzelli” organizza una Tavola Rotonda attorno alla quale dialogano agronomi, ecologisti, studiosi e caparbi contadini, adoratori della natura. C’è anche Michele Tanno, Presidente dell’Arca Sannita, autore di monografie sull’infinito rurale e naturalistico. Nostalgico dei nostri suoli ridenti e dei nostri orti ubertosi inghiottiti dal Lago. E lì, nel Palazzo Loreto, egli azzarda la creazione del “Parco dei frutti antichi e dimenticati del Molise” , vero recupero della “biodiversità”, tema precursore, dunque, della “Giornata” di oggi. E segnala il riscatto di antiche specie di pesche, quelle succulenti e odorose di Guardialfiera; del sorbo, del pero, del cotugno, del melo, delle diversità del fico, della mela zitella, dei filari grandi ed alti dell’uva. Michele Tanno pensa ad un modello di sviluppo ecocompatibile di produzioni da lanciare e diffondere in coltivazioni locali o in àmbiti sempre più estesi, rispondenti alla natura dei terreni, del clima e delle esigenze di mercato. Recuperare terreni incolti – egli esorta – o spazi demaniali su cui allestire il “Parco” e convertirlo, per quanto più possibile, in attività didattica e occasione di lavoro, in laboratorio permanente idoneo a giovani studenti, a disoccupati, portatori di handicap. Un’idea biologica capace anche di rompere la calma piatta dell’anima, che non è segno di vivacità. Marilena e Nico invece, a Palata, hanno già reso disponibile un loro lembo di terra per coltivare, comunitariamente, le bellezze rare e gracili della “biodiversità”. Sembra così che il primo venticello fresco pre-autuccale riesce già a ristorarci, a penetrarci nella pelle e passare dalle ossa fino all’anima Ed è segno di vivacità. Segno d’una vita che freme e reagisce. Ci fa capire perlomeno che il Creato è meraviglia, e che, persino un filo d’erba, contiene una biblioteca di ammonimenti e di sbalordimenti da farci insorgere ed infiammarci d’impeti travolgenti di operosità.