Un ricordo di Domenico De Masi

«La mia è solo una piccola testimonianza sul grande sociologo molisano Domenico De Masi, venuto a mancare il 9 settembre, tre giorni fa (era nato a Rotello, in provincia di Campobasso, il 1° febbraio del 1938). Non starò certo a rievocarne la sua opera, l’alto spessore del suo contributo, come studioso e come docente, alla sociologia del lavoro e delle organizzazioni, alla società postindustriale, allo sviluppo e al sottosviluppo, ai sistemi urbani, alla creatività, al tempo libero, ai metodi e alle tecniche della ricerca sociale. La mia è solo una personale testimonianza su tale personaggio, che ho avuto il piacere di conoscere e, per un certo periodo di essere rimasto in contatto con lui, avendone così potuto apprezzare oltre alle sue ben note e riconosciute doti professionali e culturali, ma anche la sua umanità, la sua gentilezza e, direi soprattutto, la sua grande disponibilità.

Il mio ricordo di De Masi è legato fondamentalmente a due momenti ben precisi.

Ho frequentato il liceo classico (anni 1962-64) all’Istituto Salesiano di Caserta, frequentato anche da lui otto anni prima di me. Già assistente di sociologia all’università Federico II di Napoli, venne più di una volta a tenere delle sempre interessanti e piacevolissime conferenze spaziando sui temi più svariati; chissà perché ne ricordo in particolare una sulla narrativa “allora” contemporanea, argomento che a me, in quegli anni, interessava particolarmente e di cui parlavo sempre, oltre che con il mio professore d’italiano, Don Carmine Di Biase, apprezzatissimo studioso e saggista, ma anche con un mio bravissimo compagno, Beniamino Petrucci – che ricordo con affetto – anch’egli di Rotello e quindi amico e compaesano di De Masi.

L’altro momento, certamente più importante e significativo, fu la sua (immediata ed entusiasta) adesione e partecipazione alla presentazione del libro di Giulio Salierno La violenza in Italia edito da Mondadori (a cui avrebbero dovuto partecipare anche Marcelle Padovani e Salvatore Sechi), con che si tenne nel comune di Bernalda (Matera) l’11 ottobre del 1980 con intervento anche dell’autore del libro. La presentazione, con grande affluenza di pubblico e soprattutto di giovani, avvenne nell’ambito degli “Incontri culturali lucani” da me promossi e organizzati con il Comitato per Manifestazioni Culturali e Artistiche di Sasso di Castalda (Potenza) di cui ero animatore e presidente.

Stralcio un piccolo brano dall’articolo che apparve qualche giorno dopo (esattamente il 28 ottobre) su “Paese Sera” a firma di Rocco De Rosa, il quale tra l’altro annotava: “Al dibattito hanno preso parte pure studenti, ricercatori e docenti di sociologia. Domenico De Masi ha caratterizzato i suoi numerosi interventi facendo leva sull’analisi dell’emarginazione (il crescere vertiginoso dei non garantiti, specie nel sud) mentre grandi lotte si delineano all’orizzonte del mondo del lavoro per evitare che chi ha la sicurezza e stabilità finisca per perderla. “Evidentemente – ha precisato De Masi – non è la componente unica del terrorismo: su di essa si innestano vicende di ben altro genere. Marginali di diverse estrazione sociale finiscono spesso per vivere esperienze di rifiuto, di ribellismo, di rigetto delle strutture alimentando quello che viene definito l’estremismo nullista: incapacità di lotte esplicite e quindi ricorso alla violenza come unico sbocco dell’essere ai margini. Ma la violenza nasconde in sé componenti del tutto estranee alla tradizione del movimento operaio: La tradizione e la coscienza del grande bracciantato meridionale, ad esempio, organizzato nel dopoguerra dal sindacato e dalle forze della sinistra nelle lotte per la rinascita, sono elementi di sicura garanzia contro il radicarsi di una logica, di una possibile giustificazione dell’iniziativa sciagurata dei fautori di ogni genere di violenza».

Michele De Luca

Nella foto: da sinistra, io. Giulio Salierno e Domenico De Masi