Sono arrivati al Cardarelli di Campobasso il 15 marzo scorso, in piena emergenza Covid-19, perché anche il piccolo Molise ha dato la propria disponibilità a dare una mano alla martoriata Lombardia. Mario Minola e Marco Villavicencio, bergamaschi, sono stati accolti all’ospedale del capoluogo in condizioni più che critiche dopo aver trascorso una prima fase di ricovero presso una struttura locale. E il 23 aprile scorso, con un volo messo a disposizione dalla protezione civile sono tornati nella propria terra, sani e salvi. Avere notizie sulle loro condizioni di salute, nel periodo di permanenza nella nostra regione, era quasi diventato più importante dell’andamento della curva dei contagi. E nei quotidiani bollettini informativi, alla voce “contagiati” veniva puntualmente specificato il fatto che due di questi erano “pazienti bergamaschi”.
«E’ il momento in cui l’Italia sta dimostrando al mondo di essere un grande Paese. E’ per questo che ognuno di noi deve fare la propria parte, con grande cuore. La Lombardia, la regione più colpita da questa pandemia, ci ha chiesto la disponibilità di due posti letto di terapia intensiva per pazienti Covid-19 provenienti da Bergamo e noi, che siamo tra le regioni meno colpite, abbiamo subito aderito alla richiesta», disse subito il Presidente della Regione Donato Toma. «In questo momento particolare ogni regione deve dare il proprio contributo e la propria solidarietà. Nel frattempo continuiamo a controllare in maniera costante e capillare il territorio garantendo l’assistenza a tutti i molisani». Un sussulto di orgoglio ci ha colto tutti: il piccolo Molise che aiuta la grande Lombardia? Saremo mai capaci? Riabbracceranno mai le loro famiglie i due pazienti del nord? Ce l’abbiamo fatta!
Sull’edizione del 24 aprile scorso dell’Eco di Bergamo il collega Stefano Bani ha dedicato alla storia dei suoi concittadini l’articolo che riproponiamo integralmente di seguito.
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* di Stefano Bani
Ricoverato in Molise
«Sono come rinato e ora cambio vita»
Cologno al Serio
L’architetto Minola, che ha l’attività in paese. «Non ricordo niente del ricovero, ora lascio lo studio a mio figlio»
Una storia di rinascita dopo aver attraversato l’incubo del Covid. Una rinascita cominciata a 700 chilometri da casa, in Molise. Qui all’ospedale Cardarelli di Campobasso, l’architetto Mario Minola di Bergamo, 66 anni, che assieme al figlio Andrea gestisce uno studio professionale a Cologno (suo paese d’origine), era stato trasferito in condizioni gravissime il 15 marzo, dopo 12 giorni di ricovero all’Humanitas Gavazzeni, dove era risultato positivo al coronavirus.
«Ci aspettavamo il peggio – ammette Andrea – perché le notizie che ci arrivavano dai medici dell’ospedale, attorno al 20 marzo, lasciavano poco spazio alla speranza. Invece, il 27 marzo ci hanno chiamato per dirci che papà aveva parlato. Il 10 aprile è stata la prima volta che abbiamo potuto parlare con lui al telefono: non lo sentivamo dal 3 marzo, quando era stato ricoverato alle Gavazzeni dopo giorni di febbre e dopo che gli era stata diagnosticata una polmonite». E da ieri sera, con un volo della protezione civile partito dall’aeroporto di Napoli Capodichino, Mario ha potuto riabbracciare i suoi cari nella sua abitazione di via Innocenzo XI: la moglie Bogumila, i figli Andrea, Luca e Kasia, e i quattro nipoti. «Mi trovano nel mondo dei morti e sono rinato» afferma Mario, che mercoledì, dal suo letto d’ospedale, ormai fuori pericolo, ha raccontato la sua storia ai microfoni di Telemolise. Di fronte a lui, c’era un altro paziente bergamasco suo coetaneo, Marco Villavicencio, originario del Perù, anche lui dimesso ieri. Non si conoscevano, si sono trovati per caso nella stessa stanza. Ma del trasporto all’ospedale del capoluogo molisano, l’architetto Minola non ricorda nulla.
«Mi ricordo solo che mi ero sentito male un pomeriggio – continua – che mia moglie e i miei figli mi avevano accompagnato al pronto soccorso e poi più niente: un mese fa mi sono risvegliato a Campobasso. Il medico mi ha detto “lei è guarito” ma io non sapevo neppure di cosa fossi malato!». Così è cominciata la lunga riabilitazione: «Come i bambini piccoli ho dovuto ricominciare a fare le cose più semplici. E devo ringraziare di cuore i medici e tutto il personale dell’ospedale Cardarelli che sono stati tutti molto bravi e professionali».
Durante la sua presenza Mario si è fatto anche tanti nuovi amici: «Ho preso il numero di telefono di un sacco di gente che tornerò con piacere a trovare». Tornato a casa, l’architetto Minola ha già le idee chiare. «Lascerò lo studio di architettura a mio figlio – conclude – perché adesso voglio vivere serenamente con mia moglie e i miei affetti il tempo che il Signore mi vorrà ancora dare. Sono queste le cose veramente importanti della vita».