Era la notte il 2 febbraio 1967, esattamente 59 anni fa, quando il Vice Brigadiere del Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza Nicola Mignogna (nato a Riccia nel 1924) trovò la morte sotto i colpi di pistola esplosi in via Monsignor Bologna a Campobasso da Paolo Caso, pericolosissimo pregiudicato che in quel momento si aggirava, momentaneamente libero grazie ad amnistia ed indulto emessi dal Questore dell’epoca, riconosciuto dallo stesso Mignogna e dai due suoi colleghi in servizio, Giovanni Paduano e Ignazio Cammisano, che nell’ottobre dell’anno prima lo avevano arrestato perché doveva espiare una condanna a tre anni di reclusione per reati commessi a Roma.
I tre operatori di Pubblica Sicurezza tentarono di fermarlo; per sottrarsi all’arresto estrasse una pistola con la quale minacciò i poliziotti, i quali, sebbene le condizioni lo avrebbero consentito, non risposero aprendo il fuoco. Mignogna in particolare riuscì con un mossa rapidissima a disarmare il malvivente che si rifugiò in un vicino cantiere di un palazzo in costruzione, l’attuale civico 10 della stessa via, al buio, e approfittando della situazione di vantaggio estrasse una seconda pistola esplodendo alcuni colpi che raggiunsero i tre poliziotti.
Giovanni Paduano fu colpito al gomito, Ignazio Cammisano ad uno zigomo di striscio, mentre il Mignogna all’addome. Questo, tuttavia, non gli impedì di trovare la forza per accompagnare con l’autovettura di servizio i due colleghi in ospedale ma fu sopraffatto da un’emorragia interna perdendo i sensi e accasciandosi sul volante della Fiat 1100. A terra furono ritrovate le due pistole, i bossoli, la borsa con alcuni strumenti da effrazione, le tracce di sangue.
Proprio in questo luogo, oggi chiamato “incubatore”, all’epoca caserma dei Vigili del Fuoco, questa mattina è stata svelata una lapide in sua memoria alla presenza delle massime cariche militari e civili e delle quattro figlie del Mignogna, l’ultima delle quali all’epoca aveva solo 4 anni.
La sua morte e il suo eroismo suscitò in tutta la Nazione un moto di commozione di eccezionale intensità. Privati e enti di varia natura vollero mostrare concreta vicinanza alla famiglia con offerte. Il settimanale EPOCA e il quotidiano Il Tempo promossero una sottoscrizione per la raccolta di fondi per la sua famiglia. Il liceo “Giulio Cesare di Roma” si adoperò per una colletta. L’ospedale Vietri di Larino volle intitolare una sala del reparto di chirurgia della sua struttura all’eroico poliziotto. L’anno successivo a lui fu intitolata la Scuola Allievi Agenti di Caserta.
Paolo Caso fu arrestato dopo 40 giorni ad Ancona, in una situazione similare. Alle due di notte venne sorpreso da quattro cittadini mentre cercava di rubare un’autovettura, i quali lo fermarono per portarlo in Questura. Dapprima finse di collaborare, poi all’interno dell’autovettura riuscì ad estrarre una pistola con la quale fece fuoco contro i coraggiosi malcapitati che intrapresero con lui una lotta furibonda per bloccargli la mano con la quale cercava di brandire l’arma. Lo scontro durò oltre dieci minuti, alla fine riuscirono ad immobilizzarlo sino all’arrivo della Polizia e due di loro rimasero feriti dai colpi esplosi dal pregiudicato.
Paolo Caso, una sorta di killer seriale, fu condannato all’ergastolo e le indagini che seguirono portarono a denunciarlo anche per l’omicidio a scopo di rapina commesso a Campobasso della tabaccaia di Viale Elena avvenuto nel 1961, nonché dell’omicidio di due donne in Francia nel 1958. Durante la detenzione tentò l’evasione e nel 1987 gli fu concesso un permesso premio che sfruttò per darsi alla latitanza. Nel novembre del 1990, presso la stazione ferroviaria di Genova, due poliziotti della Polizia Ferroviaria durante un controllo riuscirono a bloccarlo e lo trovarono in possesso di armi. Tornò così definitivamente detenuto.
«Il sacrificio di chi è caduto così eroicamente per difendere la sicurezza della collettività merita il tributo e la deferenza anche delle generazioni successive, che hanno l’onore e il dovere di raccogliere esempi così fulgidi e perpetuarne la memoria», ha affermato il Questore di Campobasso Domenico Farinacci. Proprio per rimarcare il legame nei valori e nello spirito di servizio che di generazione in generazione unisce i poliziotti, durante la cerimonia di scopertura della lapide è stata deposta una corona dalle mani del poliziotto più giovane della Questura di Campobasso insieme ad un collega ultranovantenne, in servizio all’epoca dei fatti.











