Assente nel pomeriggio del 10 giugno scorso alla presentazione del volume di Michele Falcione e Stefano Manocchio “Il Basket campobassano – Vent’anni di successi 1970 – 1990” presso il PalaVazzieri di via Svevo a Campobasso, ha voluto fortemente rivedere, tuttavia, in un secondo momento i compagni dell’epoca e così ricevere dagli autori il prezioso volume che si apre proprio con la sua intervista.
Stefano Pizzirani, classe 1950, ha percorso i circa 200 chilometri che separano Chieti (dove risiede) dal capoluogo per trascorrere un pomeriggio con gli speciali amici che mai l’hanno dimenticato. Per due stagioni ha indossato con orgoglio la casacca rossoblù nella palestra dell’Itis e tanto è bastato per conservare nel cuore, ancora oggi, il ricordo di quei tempi. «Avevo difficoltà ad uscire per strada perché tutti mi fermavano e c’era chi chiedeva l’autografo ed era tutto molto bello».
Undici anni nella Rodrigo Chieti (dalla C alla A) e capitano/miglior giocatore della Virtus Bologna campione nazionale allievi nel ’66, il giocatore-simbolo del basket campobassano (come afferma Stefano Manocchio nell’introduzione alla sua intervista) si è intrattenuto, accompagnato dalla moglie, presso la sede della Magnolia Basket con coach Mimmo Sabatelli, Michele Cefaratti, Lillo Sabelli, Maurizio Fiorilli, Fabio Ladomorzi e gli autori stessi del volume, dispensando aneddoti e ricordi di quel periodo, gioiosi e tristi allo stesso tempo perché fuori dalla realtà se paragonati alla pallacanestro moderna: «Lillo durante gli allenamenti – ha ricordato – faceva anche pugilato con un compagno per migliorare le prestazioni sotto canestro» oppure «dopo una partita il compianto coach Ugo Storto nel tunnel, uscendo dagli spogliatoi, esclamò rivolto ai dirigenti avversari in dialetto abruzzese (era di Ortona, ndr.): “Uje Pizzirani c’ha fatt vidé com si joc a palla a lu canestr!».
E infine: «all’Itis il tabellone dei canestri era di legno e il pavimento in linoleum: alla prima di campionato, alla prima azione, qualcuno scivolò e cadde, tra le risate generali, perché non abituato a giocare su quella superficie. Io, invece, capii subito che per fare punti bisognava tirare fortissimo contro il tabellone che assorbiva completamente l’urto e mandava la palla nella rete. Era il mio trucco segreto…».



