L’onore di raccontare il mondo, alla GAM di Palermo è di scena il fotografo americano Steve McCurry

Steve McCurry
Steve McCurry

“Ho imparato ad essere paziente. Se aspetti abbastanza, le persone dimenticano la macchina fotografica e la loro anima comincia a librarsi verso di te”; e ancora, “il solo viaggiare e approfondire la conoscenza di culture diverse mi procura gioia e mi dà una carica inesauribile”. Sono parole di Steve McCurry (Philadelphia, 1950), riconosciuto protagonista del fotogiornalismo contemporaneo ed internazionale, che ci fanno entrare nel suo mondo fotografico, fatto di ritratti in cui da vero maestro dell’immagine ha saputo racchiudere un universo complesso ed estremamente vario di storie, emozioni, gioie, paure, sconforto, speranza, e di una inesauribile “curiosità” verso gli angoli più lontani e sconosciuti, in un continuo girovagare con la sua fotocamera e facendo così del viaggio, come un Odisseo dei nostri tempi, una scelta ed una dimensione di vita.

Burma, 02/2011
Burma, 02/2011

Dopo aver studiato cinema e storia alla Pennsylvania State University, McCurry decide di recarsi per un reportage in India; vi si ferma due anni e dopo la pubblicazione del suo primo importante lavoro sull’Afghanistan comincia a collaborare alle più prestigiose riviste, come “Time”, “Life”, “Newsweek, “Geo” e “National Geographic”. Inviato nei punti “caldi” del pianeta, si spinge in prima linea a rischio della vita per dare una testimonianza diretta dai fronti di guerra, da Beirut alla Cambogia, dal Kuwait all’ex Jugoslavia; membro dell’agenzia Magnum dal 1985, ha vinto i più prestigiosi premi, tra cui alcuni “World Press Photo Awards”; suo è il celeberrimo servizio sulla ragazza divenuta icona simbolo del conflitto afgahano sulle pagine del “National Geographic”.

Herat - Afghanistan 1992
Herat – Afghanistan 1992

“Icons” è il titolo della mostra, curata da Biba Giacchetti, che la GAM – Galleria d’Arte Moderna di Palermo dedica allo straordinario fotografo statunitense fino al 19 febbraio; cento immagini di volti che raccontano tante e più storie, che descrivono gli ultimi 30 anni di lavoro e di ricerca di uno dei Maestri della fotografia mondiale, che dice: “Ho voluto trasmettere al visitatore il senso viscerale della bellezza e della meraviglia che ho trovato di fronte a me, durante i miei viaggi, quando la sorpresa dell’essere estraneo si mescola alla gioia della familiarità”. Ma nella sue fotografie c’è anche profonda partecipazione umana e senso del dolore, al di là del “distacco” professionale del foto-giornalista, in questi scatti profondi, drammatici, ma anche liberatori, in cui è narrata la storia dei popoli più sfortunati; che invitano ad una meditazione profonda sugli squilibri tra le realtà della terra e suscitano, perché no, un sentimento di sincero, quanto impotente, “rimorso” nei loro confronti.

Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan  1984
Afghan Girl, at Nasir Bagh refugee camp near Peshawar, Pakistan 1984

“La fotografia mi dà l’onore di poter raccontare il mondo”, dice McCurry: le sue bellissime, talora rasserenanti con le “cose belle dal mondo” che rappresenta con immagini a colori superlative, ma tante volte con momenti inquietanti e dolorosi che offre il nostro pianeta, che lui sa raccontare con viva partecipazione e solidarietà umana. E il suo mondo, che poi è anche il “nostro”, e le sue immagini ce lo fanno veramente sentire come tale, è quello delle donne in Afghanistan, dei monaci buddisti, delle vittime della Guerra del Golfo, dei bambini soldato e dei villaggi indiani devastati dai monsoni, raccontato con uno “sfoggio” cromatico che è una festa per gli occhi, attraverso i quali giunge direttamente e profondamente nel cuore: il rosso degli abiti dei monaci buddisti, il blu delle acque profonde dello Sri Lanka, l’arancione delle barbe tinte con l’henné dei nomadi indiani e, naturalmente, il verde degli occhi di Sharbat Gula, la bambina afghana che Steve McCurry ha incontrato nel 1984, in un campo di rifugiati a Peshawar, in Pakistan. Quella foto sarebbe diventata la copertina del numero di giugno 1985 della rivista “National Geographic” e quindi il più iconico tra tutti gli scatti del fotografo americano. La sensazione che si ha davanti alle sue foto è di essere estremamente coinvolti e “associati” in quella che è la percezione delle persone e dei luoghi, che esalta quello che poi è il modo di intendere e di praticare la fotografia, che per lui ha sempre rappresentato un ottimo mezzo per esplorare il mondo e per apprezzarne anche i minimi dettagli; “la macchina fotografica – suole dire – ci permette di entrare in uno stato di meditazione, di estrema consapevolezza e sensibilità nei confronti del mondo che ci circonda. Di cui ci rende assolutamente e convintamente partecipi. L’occhio del fotografo è particolarmente puntato sulla figura e sul mondo delle donne, che oltre all’innegabile e fondamentale ruolo che hanno nella società e nella famiglia, “ci regalano bellezza”.

Giusy Alvito