Le affabulazioni dialettali nel Molise, Nicolino Antenucci propone “Le parole raccontano, vocabolario etimologico di Guardialfiera”

“Quella volta che… ” Nicolino Antenucci, nel 2010, ci narrò undici storielle autobiografiche, noi ritrovammo il senso dello “strapaese”: quello della nostra terra e della semplicità smarrita. E, dentro la cronologia della sua infanzia, scovammo un repertorio di coraggio, un ricamo di tribolazioni e di slanci, e la bucolica innocenza della vita. Ritracciammo in quelle undici volte che.., il respiro dell’aria sana, l’incanto della stirpe, la sinfonia biologica dei sentimenti. Libro “bello e impossibile” canterebbe Gianna Nannini; con la sua alba e col sole rosso del tramonto. “Bello e invincibile”, con lo spumare del suo fiume e coi frutteti profumati.

Fatterelli costruiti sul segno del sogno, astutamente, fittamente e saporosamente impastati di termini dialettali scoparsi dal linguaggio comune.  Vocaboli rari, riferiti ad intrecci di vita e di arnesi, ormai in disuso anche nei corrispettivi termini italiani. Parole posate a pie’ di pagina e virate da fascinose e lievi pennellate esplicative.

Nicolino tralasciò allora la stesura d’un vocabolario guardiense perché, al momento, non ritenuto appetitoso per i lettori, né alla riservatezza del suo temperamento. Ma egli soffriva e soffre di “guardiopatìa”, di quella forma perpetua di nostalgia sentimentale, capace di capìre e compatire un popolo che ignora la sua parlata, che sa poco del suo passato e del quale non si agita affatto di scoprirlo e di saperlo. Questo popolo – se è così – non può avere un domani.

Sicché Nicolino non ce l’ha fatta e a sorpresa si smentisce! Ci salva. Ci propone adesso “Le parole raccontano – Vocabolario etimologico di Guardialfiera”, un melodioso patrimonio linguistico. Vi si trova tutto il paese incendiato di vernacolo e di colori: c’è l’universo di parole e locuzioni dialettali attinenti all’intero svolgersi della vita paesana; vi è tutta la coscienza e la conoscenza della cultura antica nel suo amore e nella sua umiltà. E’ comunicazione; è spiegazione piena e trasparente; è unità di risveglio capace perfino di spingerci a ricreare l’unità e l’armonia in paese, attraverso il dialetto di casa, untuoso e delizioso. Lavoro sapienziale, dunque, attraversato dal brivido e dall’inesorabile vocazione all’appartenenza. E’ frutto del cammino di un Nicolino indomabile che continua, così, a somministrarci l’acqua di sorgente, ad evocarci le purità del passato che riesce eternamente ad incantarci e stritolandoci le ossa.

Fu Giuseppe Cremonese nel 1893 ad instaurare la pedagogia dell’attenzione alla lingua del cuore, compilando e diffondendo il primo vocabolario del dialetto, quello di Agnone, la “Atene del Sannio”. Negli ultimi decenni, invece, la cultura collettiva s’è arricchita col pullulare di numerosi dizionari e lessici, taluni anche etimologici. Cosicché il respiro di autorevoli intelligenze locali ha depositato qua e là l’elegia di un proprio dizionario. Michele Minadeo a Ripalimosani, Nino Bagnoli a Fossalto, Antonio Vincelli a Casacalenda, Michele Colabella a Bonefro, Giuseppe Scarnata a Riccia, le sorelle Conte a Torella del Sannio, Italo Lombardi a Campolieto, gli studiosi Teutonico e Colavita a Sant’Elia a Pianisi, Domenico  Meo ancora per Agnone, Arnaldo Brunale per Campobasso, Carmela Soccio per S. Giuliano del Sannio, Carminuccio Chiocchio per Oratino, Antonio Crecchia per Tavenna, Roberto de Rubertis per l’etimologia dialettale del Molise. Uno straordinario caleidoscopio che salva il nostro esistere e la topicità della parlata popolare. Perché, se il dialetto muore, il magma emozionale non sarà o potrà essere tradotto in un nuovo infinito espositivo. Molti dei pensieri, sentimenti, emozioni che trovano la forma espressiva del dialetto, cesserebbero di contribuire alla nostra coscienza della realtà.

Vincenzo Di Sabato