Il giardino pubblico di Guardialfiera recupera la sua anima

Vandalismo, brutture, degrado, indifferenza, sguardi miopi stavano mortificando quel bel triplo concentrato di rarità, racchiuso nell’oasi aleggiante di verde pubblico a  Guardialfiera. Il Ponte imponente di Annibale, inghiottito dal Lago, s’andava inabissando anche nella miniatura ricalcata all’interno della villetta. L’acqua scorrevole emulativa del fiume e (nel lungo tempo) trasmutata in rifiuti, è ringentilita. Il suono armonioso del suo fluire, adesso, rallegra il consolidato arco annibaliano e la vivacità creatrice dell’Amministrazione Comunale.

L’installazione recente e provvidenziale del dispositivo di video sorveglianza, non si è rivelato solo strumento infallibile di contrasto a fenomeni delinquenziali, ma rappresenta già la magia redentrice per un luogo in cui si torna a riposare, a respirare la brezza evocativa  di messaggi, e l’aria odorosa di silenzi, traforati di luce.

Abbracciato all’Edificio Scolastico – come per una sorta di baluardo pedagogico – è lì a signoreggiare il poderoso altorilievo dedicato a Francesco Jovine. Egli vi sopravvive e parla, da educatore e romanziere,attraverso l’eloquio narrativo ideato da Rita Racchi Macchiagodena scultrice e sognatrice, mai obliata.

Fuso nella fonderia Marinelli in Agnone, il racconto esplode dal bronzo in tutta la smania spirituale ed umana dello scrittore guardiese. Nella miscellanea di incunaboli c’è la sua biografia, c’è il grappolo di case del suo villaggio, ci sono le persone e i luoghi in mezzo ai quali egli ha sofferto e gioito. C’è la decifrazione drammatica di zolle, modulate da effetti plastici. Balzano mani nodose, che scavano la creta, nella disperata conquista del “tozzo di pane e paura”.

Il Prof. Carlo Savini – allora presidente a Bruxelles dell’Unione Europea dei Critici d’Arte – intravede per noi <la parafrasi dello sguardo con cui Jovine osserva le “Terre del Sacramento” ed il Ponte Storico, sotto un velo di bruma, poiché offesi e affondati lì, nel Lago, ostinatamente, dall’impietoso destino dell’acqua e dell’uomo>. Poi scopre <dal basso, fino all’altissimo rilievo: tanta malinconia, rancore, rabbia, sprigionata in una fuga crescente, capricciosa e impressionante di fisionomie: volti di poveracci sfiaccati>. E, sulla cima, Savini scorge anche <l’ampio viso evocatore di don Ciccio, inappagato e malinconico, ma fiducioso nella bellezza e nella ricchezza della sua valle, e nel sogno, sempre pressante, a tradursi in verità e nel diritto di riscatto>. E’ il dono perenne alla cultura ed al Centro Studi dell’animo nobile di Francesco Colitto e di Franco Mancini, presidenti nel 1990 della Banca Popolare del Molise. E’ un pannello reso immortale anche dal vigore estetico e dall’arte raffinata e trasversale dei Marinelli, capaci persino d’aver  baluginata la difficile ma tenera figurina d’una ninfa digradante la collina, per metaforizzare il mistero della “terra nostra” unica  per bontà, storia, sofferenza, arguzia.

Ma è anche l’acciottolato a spiegare, con modestia cosa c’è oggi di dentro alla villetta. C’è la pietra! C’è il cippo che zampilla e commemora storie di scalpellini, di popolo e di luoghi. C’è l’essenzialità della pietra locale nei muriccioli decorativi, sapientemente utilizzati a spalliera per oblunghe e anatomiche panchine. C’è una declinazione di colori e di profumi nei fiori d’aprile. C’è la posizione rialzata, magnetica d’un “paese di qualità”, così come denominato da Maurizio Varriano, esperto nella eccellenza dei borghi. Ed è proprio dal rialzo che la villetta sembra voglia sorridere al suo Lago, oggi increspato di rughe, ed alla festosa cerchia collinare accesa di verde smeraldo. Questo, soprattutto, è lo spazio prodigioso per cuori in festa fiduciosi e, ancor oggi, impazziti d’amore.

Vincenzo Di Sabato