«Il cuore a… 2000». A San Benedetto scritta l’ennesima pagina di storia del tifo rossoblù (GALLERY)

Ho in mente l’immagine di una “ragazza” sulla quarantina. In quei minuti finali interminabili della partita si trova sull’ultimo gradone della Curva assiepata da noi tifosi del Lupo. Ogni tanto la scorgo perché è ad una decina di metri da me sulla sinistra e si apparta dal “muro umano” mettendosi dietro tutti, incapace di tenere a bada la pressione. Mi accorgo di lei perché fa proprio come me e come altri cinque o sei lungo tutta la Curva. Si morde le labbra, si distrugge le unghie laccate, si isola da tutta quella marea umana che è lì. Soffre maledettamente, come me, come gli altri cinque o sei appoggiati al parapetto di quella Curva, come gli altri quasi duemila che invece continuano a cantare e restare con gli occhi rivolti al match. E’ l’immagine di una persona che in quel momento è emotivamente ed in maniera totale rivolta verso qualcosa che rappresenta più di una squadra di calcio. Quella ragazza, di cui non conosco l’identità, sono io, sono le persone che continuano a cantare sugli spalti, sono quelle a casa, sono quelle che “io allo stadio non ci vado più”. Al triplice fischio, mentre tutti esultano, tutti si abbracciano, tutti gioiscono, lei resta a parte, dietro tutti, inginocchiata. A piangere. Di gioia. Di una autentica, liberatoria gioia.

Ho in mente la fermata dell’autogrill “Alento”, di solito sosta per chi, d’estate, si reca verso le zone di villeggiatura adriatiche. Ho l’immagine nitida del parcheggio dove di solito si fermano i Tir, letteralmente invaso dai pullman, Van, furgoncini, auto di vario tipo dalle quali escono le persone che incontri per strada, al lavoro, a calcetto o a padel, a scuola un tempo, oppure le conosci e basta perché, si sa, a Campobasso “ci conosciamo tutti”. E’ una invasione gioiosa, pacifica, goliardica di quell’Autogrill. Le cassiere ed  i cassieri di solito sempre timorosi quando si ferma una carovana di tifosi al seguito restano stupiti dalla gentilezza, simpatia e soprattutto ordine con i quali i supporters rossoblù usufruiscono dei servizi offerti.

Ho in mente la fila ordinata, pacifica, calma di quella sterminata moltitudine rossoblù che si affolla verso l’unico varco di accesso alla Curva (ecco, forse qualche varco in più poteva essere aperto) sotto un sole che non è quello di una domenica di Aprile ma piuttosto sembra quello di una delle solite domeniche in cui vengono prese d’assalto le spiagge di San Benedetto. Mentre fai quella fila ritrovi il compagno di classe, ora stimato professionista, che ora vive a Pescara, Roma, Modena, Bologna, persino Milano! Ed è lì, come te, sotto il sole cocente a fare la fila con la sciarpetta al collo e la maglietta già sudata.

Ho in mente i bambini, con i loro papà e le loro mamme, con la maglietta rossoblù indossata fieramente, la bandiera e quell’atteggiamento misto a eccitazione, sorpresa, un po’ di paura e tanta gioia. Mano nella mano coi loro genitori, li seguono dappertutto, scelgono il posto migliore dove poter vedere la partita e poter sventolare la loro bandiera.

Ho in mente la faccia a fine partita del Direttore Generle factotum Mario Colalillo, punto di congiunzione tra l’ultima, terribile e atroce, gestione societaria e questa attuale. Da sempre grandissimo lavoratore e persona che non ama stare sotto i riflettori Mario è lì, in campo, mentre la Curva sta giustamente tributando il giusto trionfo prima ai giocatori ed allenatore e poi al presidente Matt Rizzetta, letteralmente impazzito di gioia. Mario se ne sta in disparte come sempre mentre all’improvviso una porzione di Curva lo riconosce e lo saluta con affetto. La sua reazione è spontanea, meravigliosa, perché istintiva. Mario si porta le mani in faccia. A metà tra il commosso e l’incredulo. Lui, forse più di tutti, sa cosa significa essere arrivati a questo punto dopo tutto quello che è successo.

Sono queste, ma potrei descriverne molte altre (per esempio c’è una foto meravigliosa della colonna di pullman, van e auto sull’autostrada) le immagini che mi sono rimaste impresse di questo magico pomeriggio al Riviera delle Palme: la ragazza appartata che piange, la fermata all’Autogrill, la fila al cancello, i bambini coi loro genitori, Mario Colalillo con le mani in faccia in campo. Tutte immagini di un popolo (sì, un popolo) con il cuore a…duemila (quanti ne eravamo? 1500?1800?) che appena due anni fa credeva di aver perso per sempre quel senso di appartenenza unico che solo il tifo per la squadra della propria città può darti e che ora è stato incredibilmente (nessuno, infatti ci credeva) ritrovato. Ma il “lavoro” non è ancora finito. Mancano ancora due ultimi piccoli sforzi affinchè Campobasso ed il Molise possano riprendersi ciò che era loro e che gli è stato tolto. Quindi, con il cuore sempre a duemila, bisogna continuare a soffrire e lottare. Dopodichè potremo piangere di gioia tutti. Non solo la ragazza appoggiata al muro dell’ultimo gradone della Curva ospiti dello stadio di Riviera delle Palme.

Giorgio Carlozzi Mascione