Monteroduni, Sepino e, appena ieri, Campitello Matese. E poi Santa Croce di Magliano, Macchiagodena, Petacciato, Termoli, Larino, Pietracatella e Bojano per ricordare i più recenti. Giuseppe Antoci conosce bene il Molise tanto che in alcuni di questi comuni ha ricevuto la cittadinanza onoraria.
Il 55enne ex Presidente del Parco dei Nebrodi in Sicilia, (per cinque anni, dopo vent’anni di reggenza del suo predecessore), ha portato la sua preziosa testimonianza in giro per la nostra regione, conquistando l’attenzione dei giovani nelle scuole e dei vertici politici ed istituzionali della nostra terra.
Sotto scorta con 33 uomini delle forze dell’ordine che ruotano attorno a lui e alla sua famiglia (moglie e due figlie) dopo l’attentato “stile colombiano” della notte tra il 17 e il 18 maggio 2016 in cui si salvò grazie all’auto blindata e all’intervento del vice questore Daniele Manganaro e degli uomini che lo proteggevano, il manager Giuseppe Antoci ha presentato davanti ad un restrittissimo pubblico alla presenza del Prefetto di Campobasso Dott.ssa Michela Lattarulo il suo libro “La mafia dei pascoli”, edito da Rubettino con la prefazione di Gian Antonio Stella, presso il pastificio La Molisana di Campobasso ieri mattina.
«Ho appena respirato un’aria fantastica – ha detto dopo aver fatto un giro dell’azienda accompagnato dalla proprietà – Non avevo riflettuto sul fatto che sarei venuto qui. In un’intervista al Sole 24 Ore ho detto proprio questo: l’antidoto a tutte le mafie è il lavoro. Voglio ringraziare molto la proprietà perché a volte gli imprenditori sottovalutano una cosa, ovvero quanto sono importanti per la lotta alla criminalità, offrendo lavoro e rendendo libere le persone. Ai giovani che incontro nelle università dico che non possiamo chiedere ad un padre di morire di legalità. Noi dobbiamo dimostrare a quel padre che grazie alla legalità e allo sviluppo dei territori e il lavoro, arriva la possibilità di non chiedere a quel welfare mafioso (che comunque esiste nel nostro Paese), di rubare le vite e i sogni delle persone».
Incalzato dai giornalisti Michaela Marcaccio e Giovanni Mancinone, Antoci ha raccontato la sua storia. La storia di un uomo chiamato ad adempiere un compito nella più piena “normalità”, secondo la legge. Tuttavia il business “legale” per cui milioni di euro guadagnati per anni in silenzio da Cosa Nostra attraverso i fondi europei per l’agricoltura arricchivano la mafia e porta i boss ad affittare 86mila ettari circa di terreno (parco naturale tra i più grandi in Europa) terrorizzando agricoltori onesti ed allevatori, piano piano gli presenta il conto. Tre miliardi di euro negli ultimi dieci anni di incassi illeciti sono un bottino al quale i mafiosi non possono rinunciare. E nessuno vedeva o denunciava.
Fin quando, in quei boschi meravigliosi, col suo arrivo si è riusciti a spazzare via la mafia realizzando un protocollo di legalità diventato poi legge dello Stato (Legge Antoci) ed oggi applicato in tutta Italia rendendo più difficile per gli affiliati alla criminalità organizzata accedere ai fondi comunitari. Una vittoria grandissima costata tantissimi sacrifici per sé e per la sua famiglia che lo ha ripagato, almeno in parte, delle minacce di morte ricevute più volte, svelate anche da intercettazioni di telefonate tra affiliati, nonostante le quali è andato sempre avanti come lui stesso ci tiene a sottolineare «normalmente, facendo il mio lavoro. Questa è una terra che non ha bisogno di simboli ed eroi, ha solo bisogno di normalità. Fare il proprio dovere deve essere normale».