“Capoiaccio Anno Zero”, mezzo secolo di misteri sui pozzi Montedison di Cercemaggiore nel dossier di Salvatore Ciocca

E’ un volumetto di circa cento pagine ma contiene documenti e testimonianze di quelle che fanno tremare le vene ai polsi. Presentato ieri mattina presso la Tipografia Lampo di Campobasso “Capoiaccio, anno zero” pubblicazione a cura del consigliere regionale capogruppo consiliare Per la Sinistra – Comunisti Italiani, delegato alla Protezione Civile, Salvatore Ciocca.

Un dossier a tutti gli effetti, quello di Ciocca, che ripercorre, documenti alla mano, la storia dei pozzi petroliferi di contrada Capoiaccio, a Cercemaggiore, a due passi dal capoluogo di regione, al centro di polemiche per il loro utilizzo da parte dell’allora Montedison, non proprio chiaro e trasparente. Una storia che parte circa 56 anni fa (era il 1962) quando in quella zona vennero scavati pozzi profondi anche tremila metri per estrarre oro nero. Un contributo alla chiarezza che, a distanza di tanti anni, ancora non è stata pienamente fatta sulla vicenda. “Abbiamo deciso di pubblicare questo dossier perché la storia esiste, è realtà, e deve essere portata alla luce, costi quel che costi. – ha detto Ciocca nel suo intervento – In partenza era considerata una leggenda metropolitana ma col passare del tempo ha acquisito sempre più importanza. Le testimonianze di persone del posto che parlavano di camion carichi di rifiuti provenienti dalla Puglia, dalla Basilicata, che al loro passaggio, di notte o alle prime luci dell’alba, lasciavano un odore nauseabondo, lasciano pensare che in ballo non ci fosse solo il petrolio. Un lavoro di ricostruzione durato trenta anni, mosso soltanto dalla voglia di verità e, spesso e volentieri, ostacolato dalla reticenza delle parti chiamate in causa”.

“Una vicenda, quella di Capoiaccio, paragonabile al caso dell’Ilva di Taranto” ha esordito Jean Paul de Jorio, avvocato a Montreal e consulente di diversi enti locali in materia di bonifiche ambientali nonché docente all’Università della Repubblica Popolare Cinese, autore della prefazione del volume. “La politica regionale dovrebbe farsi carico della questione e chiedere chiarezza presso l’Edison su cosa si sia realmente fatto in quel territorio e i suoi cittadini dovrebbero difendere il proprio diritto alla salute agendo in sede civile per far si che si affronti il problema una volta per tutte”.

Troppe domande, infatti, sono ancora senza una chiara risposta. Cosa è stato realmente interrato nei pozzi prima di essere chiusi per sempre con enormi colate di cemento nel 1988? Come mai a cavallo tra il 2014 e il 2015, dopo tanti anni, si sono registrati valori di radioattività circa 11 volte superiori al fondo naturale del terreno? Cosa trasportavano quei camion dagli inizi degli anni ’60? Perché nessuno, oggi, ai vertici della Montedison ha mai risposto alle numerose richieste di verità e di incontri partite dal Molise?

Restano, tuttavia, tante certezze, riportate all’interno del volume: in un documento contenuto nel dossier, datato 1971, l’ufficio sanitario del Comune di Cercemaggiore scrive alla Montedison mettendola al corrente di una moria di pecore e vegetazione lungo il torrente “Ritorto” che si immette nel fiume Tammaro a causa dello sversamento nello stesso torrente di acque di scarico industriale dal cantiere. Inoltre gli otto operai che per anni hanno lavorato presso l’impianto di Cercemaggiore hanno perso la vita tutti per tipologie di cancro non caratterizzate, ovvero al di fuori della normale casistica regionale di quel tempo.

L’ultima di copertina riporta una foto storica del maestro Leonardo Tartaglia, in arte Lefra, datata 1962, con una frase di Buddha: “Ci sono due errori che si possono fare lungo la strada per la verità: non andare fino in fondo e non partire”.

“Continueremo a fare tutto ciò che è nelle nostre facoltà – chiude Ciocca – per riaprire il caso dei pozzi petroliferi di Cercemaggiore per il dovere di raccontare e per amore della verità”.