Campobasso ti detesto, perciò ti amo…

“Giò, ma perché stai così male?”.

E’ una domanda che mi pongono in questi giorni in molti, alcune volte anche io, ma in realtà sanno (so) perché sto così male. Sto così male perché detesto la mia città. Sì. La detesto. Lo ammetto. Detesto tutto quello che è questa città. Detesto questo suo essere provinciale. Questa sua tipica caratterizzazione di piccola città del Meridione dove ognuno coltiva gelosamente il suo orticello accontentandosi (chi più, chi meno) di quello che negli anni lui o la sua famiglia hanno “coltivato”.

Detesto la mancanza di qualunque tipo di infrastruttura. Non c’è un vero e proprio spazio per i bambini nel centro città ed anche in periferia se ce n’è uno è grazia ricevuta da associazioni di quartiere. Non ci sono strutture dove si può fare sport libero. Una sola piscina comunale, praticamente nessun Palazzetto dello Sport, per non parlare della Cattedrale nel deserto dello Stadio di Selvapiana (a fianco al quale giace inutilizzato, pare ora si aprirà, addirittura una pista di pattinaggio che all’epoca fu definita con enfasi tipica della politica “olimpica”). Detesto la mia città perché gli appuntamenti culturali sono praticamente nulli e quei pochi che ci sono, sono portati avanti soltanto grazie ancora una volta ad iniziative private da elogiare ma comunque estemporanee.

Dal punto di vista musicale dopo oltre venti anni abbiamo assistito a tre concerti nel giro di due mesi e ci sembrava di assistere ad eventi memorabili. Detesto la mia città per quell’essere puntualmente fuori da ogni tipo di circuito turistico. Le nostre tipicità di borgo medioevale, di cucina tipica, di capoluogo quasi montano sono ad appannaggio sempre di pochi curiosi che ci “scoprono” quasi per caso. Detesto profondamente quel clientelismo endemico che come varie metastasi lo trovi ovunque in città: per riuscire a lavorare appena laureato, per aprire una attività commerciale, per investire su una attività industriale, per ottenere anche un banale atto o documento amministrativo.

Detesto questo continuo piangersi addosso di noi tutti campobassani e poi, ogni volta, alla prova del nove, ritrarsi indietro nel più classico dell’ “armiamoci e partite” , perché, si sa, qui “teniamo tutti famiglia” e non si sa mai. Detesto la mia città perché tutti sappiamo tutto di tutti e tutti parliamo (male) di tutti. Detesto questa mediocrità diffusa dove chi cerca di emergere (o emerge) è sempre oggetto di dicerie spesso inventate. Dove molte persone intelligenti e brillanti sono costrette ad andare via oppure ad accontentarsi di un posto (sempre trovato tramite clientele) non dando quell’apporto di idee e innovazione che avrebbero potuto dare a questa città. Ecco. Detesto Campobasso.

E per questa la amo. Sì. La amo. Profondamente, irrimediabilmente, perdutamente. La amo per tutto questo descritto e per la passione e generosità che solo una città “solitaria” come è Campobasso può dare. Passione e generosità che escono fuori quasi mai. Raramente. Spesso le riconoscono, nei gesti quotidiani, nelle piccole cose, più le persone che giungono a Campobasso e che conoscono noi campobassani (e che la maggior parte delle volte poi ci rimangono) piuttosto che noi abitanti del luogo. Ecco. Per questo amo la mia città. Perché la detesto. E l’unico modo che avevo (ho) per dimostrare questo amore era il calcio. Sì. La squadra della mia città. Era (è) l’unico modo in cui noi campobassani riusciamo a mostrare quella passione e quella generosità di cui scrivevo prima. Ebbene, il 26 agosto 2022 (ancora una volta) mi è stato tolto l’unico modo che ho per manifestare il mio amore per la mia città. Quanto ti detesto (e quindi ti amo) Campobasso mia.

Giorgio C. Mascione

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