
“Ogni tre camion di rifiuti, uno è di soldi”. Questa l’equazione che la malavita organizzata utilizza per arricchirsi e fare business intorno allo smaltimento dei rifiiuti. Monika Dobrowolska, moglie e purtroppo vedova di Roberto Mancini, il poliziotto che per primo scoprì la Terra dei Fuochi in Campania, è stata ospite ieri sera nell’aula magna dell’ex Gil a Campobasso della XV edizione di Ti racconto un libro promosso dall’Unione Lettori Italiani davanti ad un folto pubblico attento e appassionato. Nel libro dei giornalisti Luca Ferrari e Nello Trocchia con la collaborazione della stessa Dobrowolska “Io, morto per dovere”, viene narrata la storia di questo poliziotto romano che nel 1992 cominciò ad indagare sullo smaltimento illecito di rifiuti, soprattutto tossici, nel sottosuolo di un territorio molto ampio dell’interland napoletano, intuendo che qualcosa di grande avrebbe potuto scoperchiare con le sue indagini. Ma le sue informative, ricche di dettagli, nomi di politici collusi con la camorra e business illeciti finiscono puntualmente dimenticate in un cassetto. “Roberto non ha mai desistito dal cercare la verità – ha dichiarato Monika alla platea -. La terra dei fuochi non è solo in Campania, ma in tutta Italia, soprattutto al sud, oggi più che mai. La monnezza è oro ma la politica e monnezza”. Parole che pesano come macigni.
La rassegnazione dei contadini nel coltivare su campi intossicati dai rifiuti, le terre comprate alla povera gente per farne discariche pericolose, l’aumento vertiginoso (100%) di malattie incurabili nelle zone inquinate, la collusione della politica con la malavita, ma anche e soprattutto la voglia di combattere fino in fondo, come fece Roberto Mancini pagando con la sua stessa vita, “scavando con le mani in quella terra perché lo Stato non aveva i soldi per fornirgli una ruspa. La sera tornava a casa con le scarpe distrutte, squagliate da quelle sostanze corrosive su cui camminava”. E come lui, tanti altri oggi. Testimonianze di militari ammalati come lui, mamme che hanno perso i propri figli da un giorno all’altro per leucemie fulminanti, allevatori che vedono nascere mostri dal proprio bestiame, tutti combattenti per un unico obiettivo: quello di rendere vivibile la terra su cui viviamo per le generazioni a venire, per i nostri figli.
Roberto Mancini morì esattamente due anni fa, il 30 aprile 2014, ucciso dal cancro. Sarà riconosciuto dal ministero dell’Interno come “vittima del dovere”.
Questa la sua concezione dell’essere un poliziotto, servitore dello Stato: “Il nostro dovere non è arrestare qualcuno e mettergli le manette per fare bella figura con i superiori e magari prendersi un encomio. Noi siamo pagati per garantire i diritti, per migliorare, nel nostro piccolo, il mondo che ci circonda. La vita delle persone”.
“Non lasciatevi amalgamare”…
Maurizio Silla