Gli inizi della fotografia di Antonio Migliori, detto Nino, (Bologna, 1926) sono segnati da due diverse linee (ed anime) che convivono parallelamente: da un lato la tradizione del “fotogiornalismo” impegnato, dall’altro la cultura dell’immagine che attinge al cosiddetto “informale”, con suggestioni evidenti ai “modi” del Bauhaus e dadaisti. Nel processo evolutivo del suo lavoro si verrà via via chiarendo il percorso, fino a tutti gli anni Sessanta, verso approdi “metalinguistici”, che vengono spiegati dallo stesso fotografo come “fotografie in senso pieno che mostrano le basi materiali del loro farsi”. Da quel lontano e stimolante periodo la sua ricerca viene ad assumere valenze “concettuali”, ed è questa la direzione che viene a prevalere, coniugata con un forte impegno di organizzatore ed animatore culturale, da cui nasce il “Gruppo di ricerca e percezione totale – Abrecal”, che teorizzava e praticava, nella scrittura con la luce, l’idea di una “estetica totale”.
Il 29 settembre il grande fotografo ha compiuto 100 anni, dopo un lungo cammino nella fotografia iniziato a ventidue anni, nel 1948, in piena ricostruzione, intrecciando fin da allora – come si è detto – due percorsi, pur lontani tra loro, l’uno, con i suoi reportage, nel solco della classica tradizione “umanistica”, e l’altro “usando” la fotografia nella sperimentazione di nuovi linguaggi con finalità creative e artistiche. Come ricorda Angela Madesani su “Artribune”, il suo lavoro “infatti, è una pietra miliare della fotografia concettuale italiana, che indaga i processi del ricordo, attraverso la sua decostruzione, quando a renderlo più popolare e noto a un pubblico più ampio è stata la fotografia neorealista … Qui il protagonista assoluto è l’uomo. Tra le sue foto più note “Il tuffatore”. Le serie di sapore neorealista “Gente del sud”, “Gente dell’Emilia” e “Gente del Delta” raccontavano l’Italia degli anni Cinquanta, come ha raccontato una grande mostra (“Nino Migliori. Il passato è un mosaico da incontrare. Ritorno agli Anni Cinquanta”)curò tenutasi al Complesso del Vittoriano a Roma nel 2010, corredata da un superbo catalogo edito dalla Editrice Quinlan di Roberto Maggiori e curata dalla compianta Marisa Vescovo, che tra l’altro annotava: “Il nostro artista si propone di rappresentare la realtà nel suo divenire e perciò destinata a rimanere un frammento perennemente incompiuto. Migliori si cimenta un ironico e struggente tentativo di arrivare a una ricerca totale che non si disperda nella centrifuga molteplicità delle cose e, insieme, non rinunci ad inseguirle nella loro incessante metamorfosi, nella loro fluida potenzialità riluttante ad irrigidirsi in una forma definitiva”.
Mentre la serie di “Muri” e di manifesti strappati mostrava grande attenzione e fascinazione nei confronti della contemporanea ricerca pittorica di area informale con lavori come le “Ossidazioni” e i “Clichés verres”. E anche qui piace ricordare la Vescovo, che del fotografo è stata tra le più attente e acute osservatrici lungo tutto il suo percorso creativo. Tre anni dopo, infatti, curò una interessante mostra (“Nature inconsapevoli”), allestita nel Borgo Storico Seghetti Panichi di Castel di Lama (Ascoli Piceno), che dava testimonianza dell’altra facci (o meglio, di una delle molteplici facce) del fotografo. La rassegna analizzava le ricerche sulla natura, sul paesaggio, che contemplano anche riflessioni sul tempo e lo spazio, iniziate negli anni Settanta; questa serie di opere, “Intorno a una giungla progettata”, venne realizzato utilizzando pellicole polaroid che la sua sensibilità di artista aveva elaborato con la tecnica molto particolare da lui inventata che consisteva nell’elaborare le pellicole in tempo reale per poi successivamente distaccarle ed applicarle su lamine dorate.
Nel corso di una bella intervista rilasciata ad Anna Saba Di Donato, pubblicata su “Il Giornale dell’Arte” il giorno del suo centesimo compleanno, Migliori ha detto: “Mi piace mettermi in gioco. Spesso i lavori realizzati in quasi ottant’anni di ricerca sono stati e sono progetti personali, e anche quando mi vengono commissionati chiedo totale libertà di azione. Per me è essenziale essere emotivamente soddisfatto del risultato e poter praticare anche vie poco ‘canoniche’. È per me fondamentale anche un costante confronto con me stesso. L’utilizzo di tecniche storiche o l’invenzione di nuove, dopo un momento di prova e analisi delle loro possibilità, sono sempre state lo strumento per realizzare un’idea, un progetto. Sono curioso e mi piace lasciare la strada vecchia per la nuova. E magari proprio lungo il percorso un incontro fortuito mi fa nascere nuovi stimoli, che non posso non approfondire”.
Da tutta la sua opera emerge una grande curiosità, che “tradisce” una gioia di vivere e una inesauribile meraviglia. E’sua la frase: “Ogni fotografia scattata è stata accompagnata dal piacere di farla”. Come ha documentato recentemente la bella mostra a lui dedicata dall’Accademia di Belle Arti di Bologna, attraverso una serie di foto a colori del 1972 (a cura di Enrico Fornaroli e ideata da Alessandra D’Innocenzo) appartenenti al ciclo “I Manichini”; lavoro che affrontava il tema dell’identità indagando sulle stratificazioni della materia le tracce del tempo e la trasformazione del corpo inteso come originale esplorazione di un territorio sconosciuto in continuo e inafferrabile “divenire”. (© foto Nino Migliori)
Anna Fava




