Giancarlo Siani, il giornalismo d’inchiesta secondo il Procuratore della Repubblica Armando D’Alterio

d'alterio palmieri (3)“I magistrati parlano con le sentenze. Il giornalista d’inchiesta e di cronaca giudiziaria ha il compito ancor più delicato, se possibile, di tradurre il significato di quelle sentenze in un linguaggio accessibile e comprensibile a tutta l’opinione pubblica”.

In questa frase è racchiuso tutto il significato del legame che unisce Giustizia e Giornalismo, al centro dell’incontro tenutosi questa mattina presso l’aula “G.A. Colozza” dell’Università del Molise a Campobasso, organizzato dall’Ordine dei Giornalisti del Molise con il Procuratore Capo della Repubblica presso il Tribunale di Campobasso Armando D’Alterio, all’epoca magistrato che riaprì il caso dell’omicidio del giovane giornalista del Mattino di Napoli Giancarlo Siani avvenuto il 23 settembre 1985 nei pressi della sua abitazione al Vomero, ad opera della Camorra, alla presenza del Magnifico Rettore Gianmaria Palmieri e del Presidente dell’Odg Antonio Lupo.

D’Alterio ha ripercorso con invidiabile chiarezza e precisione il breve periodo di un anno circa (dal 9 ottobre 1984, giorno in cui fece il suo ritorno al Tribunale di Napoli, dopo aver trascorso diversi anni al nord Italia) in cui quotidianamente incontrava lungo i corridoi il 25enne Giancarlo Siani in cerca di notizie utili per elaborare i suoi articoli come pubblicista corrispondente da Torre Annunziata, fino alla sua uccisione, appunto, il 23 settembre 1985. “Siani sembrava addirittura un uomo delle forze dell’ordine per quanto era sempre molto serio, con l’aria di chi deve stare sempre in guardia perché in quel momento sta svolgendo un lavoro piuttosto delicato…”.

Ma quali errori commise Giancarlo Siani e cosa deve fare oggi il cronista per evitare guai seri nel momento in cui opera in un ambiente dove è forte la concentrazione malavitosa? “Siani nei circa 300 articoli della sua purtroppo breve carriera, non commise alcun errore se non quello di voler andare fino in fondo nella ricerca della verità e di portarla a galla per farla conoscere a tutti. Questa è l’essenza del giornalismo d’inchiesta: andare fino in fondo, costi quel che costi, sacrificando a volte anche la propria libertà. Giornalisti e magistrati, uniti nella consapevolezza che in alcuni casi si rinuncia a ciò che di più prezioso si possiede ma fortemente consapevoli che non vi sono vie di mezzo: o si va fino in fondo oppure è meglio cambiare mestiere… costi quel che costi”.

 

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