Annabella Rossi, la poesia della realtà. Le sue foto in mostra al Museo di Roma in Trastevere

Fino al 31 maggio si può visitare al Museo di Roma in Trastevere la mostra “Annabella Rossi. La poetica della realtà”. L’esposizione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Cultura e Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e curata da Stefania Baldinotti, Massimo Cutrupi e Francesco Quaranta dell’Istituto Centrale per il Patrimonio Immateriale del Ministero della Cultura, in collaborazione con il Museo delle Civiltà. L’esposizione ripercorre l’attività di Annabella Rossi (Roma, 1933-1984), figura centrale dell’etnografia e dell’antropologia, che ha trasformato la fotografia e il video in strumenti d’indagine scientifica e sociale, attraverso fotografie, spesso inedite, provenienti dal Fondo Annabella Rossi.

Il percorso espositivo delinea un’indagine corale che parte dalla spedizione in Salento del 1959 con il famoso antropologo e filosofo Ernesto de Martino per approdare alle grandi inchieste nel Mezzogiorno dedicate alla religiosità popolare e alle feste tradizionali, tra le quali spicca l’imponente ricerca sul Carnevale. Quest’ultima, condotta tra il 1972 e il 1976, ha visto la partecipazione attiva degli studenti del suo corso di Antropologia Culturale all’Università di Salerno, trasformando il lavoro sul campo in un’esperienza di didattica collettiva. Lo sguardo di Annabella Rossi si posa con la stessa intensità sulla Roma periferica della fine degli anni ‘50 e sulla vita quotidiana di Trastevere, documentando gli aspetti delle culture marginali e popolari. Annabella Rossi ha così restituito dignità a un’umanità segnata dalla fatica, ma illuminata da una profonda innocenza che emerge con forza nei ritratti fotografici dove la partecipazione emotiva trasforma il documento in arte.

Etnologa e fotografa, Annabella Rossi è stata una figura di rottura nel panorama dell’antropologia italiana del secondo Novecento. Allieva e stretta collaboratrice di Ernesto de Martino, ha partecipato nel 1959 alla storica spedizione in Salento per lo studio del tarantismo, un’esperienza che ha segnato profondamente la sua metodologia di ricerca sul campo. Il suo lavoro, svolto nell’ambito del Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari dove lavorò a partire dal 1961, si è distinto per l’uso pionieristico dei mezzi audiovisivi – fotografia, registrazioni sonore e videotape – intesi non come semplici sussidi, ma come strumenti primari e complementari dell’indagine scientifica. Al centro delle sue ricerche, condotte per circa un ventennio nell’Italia centro-meridionale, vi è la cosiddetta “cultura della miseria”: Annabella Rossi ha documentato con sguardo militante la religiosità e le credenze, il tarantismo, il lavoro e la quotidianità, denunciando lo stigma della povertà di un’umanità marginalizzata dal boom economico. Tra le sue opere fondamentali si annoverano “Le feste dei poveri” (1969), Lettere da una tarantata (1970) e “Carnevale si chiamava Vincenzo” (1977), quest’ultimo frutto di una vasta ricerca in Campania realizzata con Roberto De Simone e con il coinvolgimento degli studenti dell’Università di Salerno, dove ha insegnato Antropologia Culturale dal 1971.

Scriveva Annabella Rossi sulla rivista “Photo” nel 1971 (“L’antropologia e la fotografia”): “Le mie fotografie sono la realizzazione per immagini del ragionamento scientifico ed umano che in quel momento elabora la mia mente. Di conseguenza le operazioni mentali che determinano le mie fotografie sono evidentemente molto diverse da quelle di un fotografo, professionista o dilettante che sia, che documenta la stessa realtà.  Mi servo della fotografia per analizzare la realtà che studio”. Etnologa e fotografa, Annabella Rossi (Roma 1933 – 1984) è stata una figura di grande risalto nel panorama dell’antropologia italiana della seconda metà del Novecento; allieva e stretta collaboratrice del grande Ernesto de Martino, partecipò nel 1959 alla storica spedizione in Salento per lo studio del tarantismo, un’esperienza che ha inciso profondamente sulla sua metodologia di ricerca sul campo della realtà meridionale.

Il suo lavoro, svolto soprattutto, con forte competenza e passione per il Museo Nazionale delle Arti e Tradizioni Popolari di Roma, dove lavorò fin dal 1961, si è distinse per l’uso allora davvero nuovo e pionieristico dei mezzi audiovisivi – fotografia, registrazioni sonore e videotape – che ella percepì e praticò non come semplici sussidi, ma come strumenti primari e complementari dell’indagine scientifica. Al centro delle sue ricerche, condotte per circa un ventennio nell’Italia centro-meridionale, vi è la cosiddetta “cultura della miseria”, scandagliando un terreno allora inesplorato e documentando con sguardo curioso e puntiglioso la religiosità e le credenze, il tarantismo, i riti e i miti, il lavoro e la quotidianità, non per semplice ricognizione storica, ma con una forte denuncia della povertà di un’umanità “negata alla storia e allo Stato” – come scriveva Carlo Levi – e marginalizzata dal sogno del boom economico. (Foto Courtesy © Annabella Rossi)

Ariosto Cipollari