
“Ferrarini è Mantova e lo è in modo così diretto e con così intensa adesione dell’intelletto e dei sensi che io che ho avuto il privilegio di vivere e di abitare la città in un periodo indimenticabile della mia vita e della mia carriera, provo una specie di tuffo al cuore quando guardo gli acquerelli ospitati nell’appartamento di Isabella Este. Renzo Ferrarini, nell’arco di quasi mezzo secolo, ha girato intorno al cuore di Mantova e ha messo in figura le emozioni e i trasalimenti utilizzando la tecnica dell’acquerello; tecnica obliqua liquida e ubiqua che ben si adatta a una città che galleggia sulle acque e che moltiplica i rispecchiamenti, i riverberi e i miraggi. Tecnica difficilissima è tuttavia l’acquerello perché non ammette ripensamenti né rettifiche”. Sono parole del grande storico dell’arte e museologo Antonio Paolucci che così autorevolmente ci introducono alla retrospettiva, curata amorevolmente da Arianna Sartori, che, con il suggestivo titolo “Scorre l’acqua tra cielo e pietre”, viene dedicata in occasione della sua scomparsa a Enzo Ferrarini, acclamato acquerellista, nato nella capitale dei Gonzaga il 13 febbraio 1928.

Qui, giovanissimo, manifestò il suo talento nel disegno, e iniziò la sua formazione artistica per la quale ebbero fondamentale importanza gli stretti contatti di amicizia e stima con alcuni dei maggiori maestri mantovani come Giovanni Minuti, Giordano Scaravelli e Vindizio Nodari Pesenti, e soprattutto Giulio Falzoni. Gli anni ’40-’50 oltre ad essere caratterizzati da una ricca produzione di disegni, grafiche e tavole illustrate, sono quelli in cui Ferrarini impronta e perfeziona la sua tecnica e la sua vocazione vedutista a contatto con maestri di livello nazionale quali Falzoni, Raimondi, Molino, e poi Alessandro Durini, Mosè Bianchi, Tranquillo Cremona, Daniele Ranzoni, Paolo Sala e i vedutisti dell’ambito napoletano. Fa parte dal 1947 al 1951 del gruppo “Artisti Indipendenti Mantovani” (GAM ). Dagli anni ’70 in poi si moltiplicano le sue mostre personali e la sua partecipazione a importanti rassegne collettive in svariate città della penisola adottando esclusivamente la tecnica dell’acquerello, di cui fu interprete geniale e raffinatissimo.
Tecnica tanto nobilissima che popolare (spesso praticata già da bambini) seppe portare ai massimi livelli espressivi, scelta dall’artista per la sua immediata e estrema “leggerezza” rappresentativa, tale da divenire dal Rinascimento in poi, strumento essenziale per gli studi preparatori dei grandi maestri e delle grandi opere e per eseguire studi sulla natura e per i paesaggi (Albrecht Dürer), studi di animali (Pisanello), studi di guerrieri (Pinturicchio), scene sacre o profane (Rubens, Salvator Rosa), riproduzioni botaniche e scientifiche dato che il mezzo ne consente l’utilizzo all’aria aperta. Ancora fino al XV secolo, l’utilizzo dell’acquerello è circoscritto a opere di alta qualità e di piccole dimensioni, al punto da rappresentare solo preludi di opere maggiori. Quindi la storia dell’acquerello fino al XVI secolo è soprattutto legata alla storia del disegno piuttosto che alla pittura. Solamente nel Seicento nei Paesi Bassi e nel XVIII secolo, grazie all’avvicinamento, dapprima, di grandi pittori francesi e inglesi a questa tecnica e nella seconda metà del secolo alla sua diffusione in tutta l’Europa e negli Stati Uniti, l’acquerello diviene la tecnica preferita da molti pittori. Una tecnica – va aggiunto – l’esecuzione è di per sé assai raffinata e che richiede grande perizia ed esperienza, dal momento che errori di esecuzione, difficilmente, e diversamente dalle altre tecniche pittoriche, possono essere corretti mediante la semplice sovrapposizione di altro colore, in quanto il colore è trasparente e non nasconde la stesura sottostante.

Di questa tecnica Ferrarini è stato un eccellente maestro, che se n’è servito per produrre immagini estremamente suggestive e di rappresentare un mondo creativo e immaginativo che era “interiore”, prima di concretizzarsi nell’apparenza e oggettività visiva. Un modo proprio e originale di rappresentare la “veduta” che rimanda a capiscuola – tanto per fare qualche nome – come Turner, gli impressionisti francesi e, qui da noi, dove raggiunse esiti particolarmente effervescenti ed eleganti, con De Nittis, De Albertis, Signorini e Cabianca.
La mostra mantovana propone una bella selezione di acquerelli che ripercorre trent’anni del suo percorso artistico. Come ha ben annotato Paola Cortese, iIn questi lavori, di piccolo e medio formato, Ferrarini sperimenta un’ampia varietà cromatica e fa propria una suggestiva tecnica di stesura del colore. Propone una natura perlopiù gioiosa, fiorita e vibrante … Il paesaggismo di è quieto e sincero, autentica proposizione, riveduta e corretta, di un virgiliano locus amenus”. A cui si aggiunge la bella testimonianza della figlia dell’artista, Brunetta, che sottolinea come “le trame lievi tratteggiate con l’acqua e i pigmenti sulle carte, spesso realizzate a mano, traspongono una dimensione rasserenante in cui rifugiarsi, una meta sicura cui tendere, o semplicemente la porta di casa da aprire agli amici più cari. Mi è piaciuto, oggi, offrire questa lettura distesa e intima che invita alla riflessione proponendo opere che papà amava molto, e condivideva con noi”.

Una parte significativa dell’esposizione è dedicata a Venezia, la città forse più dipinta (e più “fotogenica”) del mondo, nella cui rappresentazione si sono e continuano a cimentarsi artisti di tutti i tempi e di tutto il pianeta, e proprio per questo non è assolutamente facile imporsi con una propria e personale originalità, nella quale – però – Ferrarini, come si accennava, ha saputo esaltare tutta la sua fantastica visione interiore (tra realtà, sogno, rimandi culturali, emozioni del magico istante creativo). In proposito, belle le parole scritte da Giorgio Pilla: “La Venezia di Ferrarini non risulta essere la mera trasposizione di un veduto ma interiorità di quel veduto, la somma delle emozioni che il paesaggio esala, il segreto palpito di una creatura addensata di sentimenti e di emozioni rapprese nel fulgore della Piazza San Marco che sembra galleggiare nel nulla della storia, quanto la malia di un balcone gotico sulla facciata sbrecciata di un palazzo di cui ricordiamo solamente il nome”.
Michele De Luca