Giallo di Pietracatella, Di Giacomo: «La svolta potrebbe essere proprio tra chi non è stato ancora ascoltato»

* di Aldo Di Giacomo

«Lo dico in maniera netta: sono convinto che l’assassino, o gli assassini, di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita non siano tra le persone che in questi nove mesi sono state sistematicamente indicate, raccontate e quasi processate sui giornali. La mia analisi non cambia oggi. È quella che sostengo da tempo: bisogna guardare soprattutto a chi è rimasto fuori dai riflettori, a chi ha ricevuto meno attenzione investigativa e soprattutto meno attenzione mediatica.

Negli ultimi giorni è accaduto qualcosa che considero significativo. Una persona è stata ascoltata per circa due ore in Questura mantenendone completamente riservata l’identità. Sono previste altre audizioni. Si stanno approfondendo rapporti e relazioni delle vittime che fino a questo momento erano rimasti molto meno esposti pubblicamente. E contemporaneamente quella iscrizione nel registro degli indagati che da settimane veniva raccontata come imminente sembra, almeno pubblicamente, allontanarsi. Paradossalmente, potrebbe essere una buona notizia. Perché se dopo nove mesi gli investigatori non hanno ancora formalizzato una posizione, ma stanno tornando sulle relazioni meno esplorate, ascoltando persone tenute lontane dalle telecamere e ricostruendo ambienti che non hanno occupato le prime pagine, potrebbe significare che finalmente si sta guardando nella direzione giusta.

Per mesi abbiamo assistito sempre allo stesso copione: Gianni Di Vita, familiari, amici, conoscenti già noti, le stesse persone richiamate più volte, le stesse fotografie, gli stessi nomi. Io continuo a pensare che la soluzione non sia lì. E oggi aggiungo un elemento che considero criminologicamente fondamentale: presterei particolare attenzione proprio alle persone che, pur appartenendo alla rete di prossimità delle vittime, non sono state ancora ascoltate».

Questo non significa trasformarle in sospettati. Sarebbe scorretto. Significa però riconoscere che, dopo nove mesi di indagini, una persona che conosceva Antonella o Sara, frequentava i loro ambienti, poteva conoscerne abitudini, relazioni o spostamenti e non è stata ancora sentita rappresenta un segmento della ricostruzione ancora inesplorato. Ed è proprio nei segmenti ancora inesplorati che, in un’indagine così complessa, può nascondersi l’elemento capace di cambiare la prospettiva.

In criminologia non conta soltanto ciò che è stato trovato. Conta anche ciò che ancora manca nella ricostruzione della rete relazionale della vittima. Dopo aver ascoltato più volte le stesse persone, diventa importante chiedersi non soltanto “chi dobbiamo risentire?”, ma soprattutto: chi manca ancora? Chi apparteneva al mondo di Antonella e Sara e non è mai entrato realmente nell’indagine?. Credo che proprio lì potrebbe esserci la svolta.

Non necessariamente perché una persona mai ascoltata sia l’autore del delitto, ma perché potrebbe conoscere un particolare, una relazione, un incontro, una confidenza o una circostanza mai emersa prima. E in un caso nel quale la ricostruzione si gioca sulle relazioni di prossimità, anche un solo elemento nuovo può modificare completamente il quadro.

Continuo infatti a usare volutamente la parola prossimità. Perché prossimità non significa necessariamente famiglia. Può significare rapporto professionale, amicizia, conoscenza, frequentazione, confidenza. Significa essere abbastanza vicini da conoscere abitudini, spostamenti, tempi e soprattutto da non suscitare allarme nelle vittime. Per questo oggi non considero necessariamente negativo il fatto che non sia ancora arrivata un’iscrizione. Se gli investigatori avessero semplicemente formalizzato una delle posizioni indicate per mesi dai giornali, probabilmente avremmo assistito alla conferma di una pista già nota. Il fatto che invece si continui a cercare, si ascoltino persone delle quali non conosciamo neppure l’identità e si allarghi l’attenzione ad ambienti diversi, mi fa pensare che qualcosa nell’indagine stia cambiando.

La soluzione di Pietracatella potrebbe arrivare proprio nel momento in cui smettiamo di aspettarci l’iscrizione di uno dei nomi di cui parliamo da nove mesi e iniziamo a guardare verso le zone ancora vuote della mappa relazionale delle vittime. Per mesi si è detto: “il cerchio si stringe”. Forse il problema era proprio quello. Forse il cerchio era stato stretto troppo presto intorno alle persone sbagliate, mentre bisognava ancora completarlo.

Oggi vedo segnali di un’indagine che sembra tornare ad allargare lo sguardo. Ed è per questo che, proprio nel momento in cui l’iscrizione di un nome noto sembra allontanarsi, sono più fiducioso di prima. La mia convinzione resta questa: l’assassino è una persona di prossimità, ma non è tra coloro che fino ad oggi sono stati messi al centro dell’attenzione pubblica. Adesso guarderei con particolare attenzione a chi ancora non è stato ascoltato. Perché è possibile che la risposta che cerchiamo da nove mesi non sia nell’ennesima audizione di una persona già sentita, ma nella prima audizione della persona giusta».

* Criminologo ed esperto in fenomeni criminali