Mongarte: racconti del riciclaggio. Una suggestiva mostra alla Chiesa di San Zenone a Cesena

Anna Santinello, Mano, 1993

Nel 2006, per il Comune di Sogliano al Rubicone veniva avviato il progetto quinquennale “Mongarte. Racconti plurimi del Riciclaggio”, sotto l’Alto Patronato del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, con il Patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, della Regione Emilia-Romagna e della Provincia di Forlì-Cesena. Un progetto reso possibile grazie al rapporto sinergico fra pubblico e privato.

Un progetto realizzato con il sostegno della “Sogliano Ambiente”, importante Società di Servizi specializzata in gestione dei rifiuti e cogenerazione, fondata nel 1996. Un progetto ideato ad hoc per questo suggestivo Borgo che, grazie ai grandi protagonisti della scultura contemporanea quali Anna Santinello (2006), Gabriella Benedini (2007), Medhat Shafik (2008) si trasformava ogni anno, durante l’estate, in un autentico museo a cielo aperto, facendosi ‘teatro’ di performance, recitativi, spettacoli ed eventi collaterali multipli, in un work in progress altamente emotivo. Dai grandi protagonisti dell’arte contemporanea l’attenzione si focalizzò poi su alcuni giovani artisti del territorio quali Nero (Alessandro Neretti), Micaela Jagulli e Mattia Vernocchi (2009) e, infine, Paolo Poni e Raffaella Zavalloni (2010).

Medhat Shafic, Tebe, 1966

Protagonista assoluto fu il materiale di scarto recuperato (da qui il nome, dallo slang americano mongo), tema centrale di riflessione: Declinazioni mnestiche: questo è “Mongarte”. Niente di smagliante, fiammante, nuovo… solo rottami e scarti che assemblati con sentimento offrono nuovi bagliori. L’inadeguatezza che si affranca oltre le soglie del visibile. Dare voce all’energia inarticolata di un pezzo che ha perduto il suo “vecchio smalto”, di una “parte” che ha smarrito la sua coscienza. La multietnicità, il plurilinguismo innato degli oggetti e delle cose ritrovano così dignità di essere, rinnovamento fisico di pelle, nuova efficacia e autenticità. L’anima della materia è dunque ritrovata e la poesia delle cose ci regala nuove emozioni.

Come ha scritto Gabriella Baldissera, “lo scartare, il gettare, il cancellare sono diventati gesti abituali quasi nevrotici che portano in sé il significato della commer­cializzazione dei valori. Il consumismo accelera la morte degli oggetti e insieme con gli oggetti quella delle intenzioni, delle speranze dei sogni e dei progetti che a questi sono legati, e rischia di buttare al macero anche i ricordi. Tra i rifiuti stanno cose consunte che hanno terminato il proprio ciclo, ma stanno anche brandelli della nostra vita, sta ciò che rifiutiamo perché doloroso conservare, sta ciò che non merita di essere distrutto o di marcire, ma che potrebbe avere nuova e diversa esistenza. E nella eliminazione frenetica regna il caos. La spazzatura diventa metafora di ciò che non abbiamo voluto vedere, vivere o provare, di ciò che senza elaborare nè riflettere, abbiamo espulso. Eppure da questi depositi i nostri stessi rifiuti riemergono nel sogno, nelle nevrosi, negli incubi o nella nostalgia”.

Mattia Vernocchi, Nel matrimoniale si consuma l’atto sessuale, 2006

Per l’esposizione di quest’anno, curata da Marisa Zattini e Augusto Pompili, si espongono le opere di Gabriella Bendini, Medhat Shafik, Mattia Vernocchi, Anna Santinello e Paolo Poni, in un allestimento quanto mai suggestivo all’interno dell’antica chiesa ubicata nel centro storico di Cesena, che mette a confronto approcci e personalità artistiche diverse, pur nell’ambito di tematiche fondamentalmente condivise. Le sculture di Anna Santinello sono fatte di fili di ferro intrecciato, tessuto denso di trame che lasciano filtrare l’aria. Sono forme fatte di spazio, di vuoto e di luce. Così ogni sua opera è nido/nodo/gabbia/ventre. L’artista segna e tesse la propria condizione di donna, novella Penelope, senza dissimulazioni. In queste tessiture del profondo Anna Santinello scava conducendoci alle memorie inconsce, alle reminiscenze di una scultura disincarnata dove la fatica dell’esistenza della materia si fa tangibile. Mani ciclopiche oppure di dimensione più umana divengono mitologiche rappresentazioni della memoria archetipale in un gioco allucinatorio.

Tutte le opere di Gabriella Benedini sono reinvenzioni oggettuali poste fra spazio e tempo. Come ha scritto Paolo Fabbri, “negli interstizi dei linguaggi – proferimento e iconizzazione – c’è dialogo, cioè uno spazio di separazione e passaggio, di contratto e conflitto da cui emerge senso”. Nelle sue opere anche la scrittura si incarna.

“La compostezza dell’arte è l’incontro fra le pulsioni della vita e le pulsioni autodistruttive” ha scritto la psicoanalista Adriana Pagnoni. Mentreel viaggio artistico dell’opera di Shafik ci ritroviamo in una dimensione rituale, magica, misterica, esoterica dove tutto si fonde in un incanto alchemico. Qui ritroviamo una bellezza arcana che affascina: permutazioni visionarie per nuove appartenenze. Le arti marcano il passaggio delle diverse culture nel tempo. Codici e radici antiche si fondono e si con-fondono negli echi della comunanza di archetipi per l’anima originaria di Medhat Shafik. Le città bianche e le città invisibili fanno lievitare ancor più il senso delle cose come in un cammino di ascesi. Qui, Oriente e Occidente si incontrano e si fondono.

Gabriella Benedini, L’arpa ferita, 2007

Per Mattia Vernocchi, l’atto creativo si codifica e si concretizza nella spettacolarità anche minimale di un frammento recuperato e già con questo solo atto nobilitato perché tolto dal fluire magmatico del caos. La “parte” è così dissepolta dal “tutto”. Ogni pezzo diventa indispensabile di verità per l’altro: innesto ritmico in espansione per “agglutinazioni impermalenti”. Paolo Poni, infine, realizza pannelli e sculture a tutto tondo orlate di ironia, tessute nella banda elastica del doppio senso, del gioco e del bisbiglio, del riso e del pianto, nel transitorio essere nel mondo, fra modellini dalla memoria riluttante, fra nenie e filastrocche. Tutto in lui subisce un “trasloco di senso”. Per un elogio, forse, alla “fragilità contenta” di tutte le cose…

MDL

 

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