Lo sguardo ironico di Erwitt, una mostra a Venezia ed un libro per il grande fotografo della Magnum

Elliott Erwitt, Marilyn Monroe, 1956 - C Elliott Erwitt
Elliott Erwitt, Marilyn Monroe, 1956 – C Elliott Erwitt

Tra ironia e partecipazione l’occhio fotografico di Elliot Erwitt (nato a Parigi nel 1928 da una famiglia russa di origini ebraiche, trascorre l’infanzia in Italia e si trasferisce definitivamente negli Stati Uniti nel 1939) ha osservato il mondo nel corso di quasi sessant’anni sbirciandolo con passione, ma spesso con un fine ed elegante divertimento che ha saputo trasmettere alle sue immagini, realizzate con perfetta scelta di tempi e grande senso della composizione: personaggi celebri o anonimi passanti, paesaggi posti nelle più lontane periferie del pianeta e banale quotidianità delle grandi metropoli, grandi eventi della “storia” e piccoli fatti di “cronaca”, tutti colti con il suo sguardo da bambino, sempre sorpreso e sempre emozionato.

Alla Casa dei Tre Oci, famoso esempio di architettura lagunare realizzata nei primi del Novecento dal pittore Mario De Maria nell’isola della Giudecca a Venezia, sede del Centro Internazionale della Fotografia della Fondazione di Venezia (in cui, tra l’altro, è conservato l’importante Fondo Italo Zannier), la mostra “Personal Best” curata da Denis Curti (oltre centoquaranta “scatti” scelti dallo stesso fotografo per l’Icp di New York, tra cui tutte le mitiche icone degli anni ‘50, che fanno ormai parte della cultura visiva di intere generazioni) fa ripercorrere un bel pezzo di strada della produzione di questo esponente di spicco dell’agenzia Magnum, a cui fu invitato a collaborare da Robert Capa nel 1954. Anno decisivo e di svolta per la sua vita (e non solo per il suo “lavoro”), da cui iniziarono i suoi viaggi per il mondo a caccia di immagini, spinto da una eccezionale avidità conoscitiva e da una curiosità giornalistica inesauribile, sempre attenta ed entusiasta.

USA. New York City. 1955. Empire State Building
USA. New York City. 1955. Empire State Building

Con grande amore e consapevolezza del proprio ruolo, a cui ha guardato sempre come fonte di infinite e sempre nuove “rivelazioni”, con estrema fiducia nella sua capacità di arricchire le nostre percezioni, grazie anche alla sperimentazione di punti di vista insoliti e ad una cifra ironica che sa proiettare sull’apparenza del visibile una visione personale, egli riesce ad offrire tante ed originali “letture” di quel “mondo davanti alla mia porta” di cui parlava Paul Strand”, che rimane comunque sempre imprevedibile ed inafferrabile; ha scritto Erwitt: “ Nei momenti più tristi e invernali della vita, quando una nube ti avvolge da settimane, improvvisamente la visione di qualcosa di meraviglioso può cambiare l’aspetto delle cose, il tuo stato d’animo. Il tipo di fotografia che piace a me, quella in cui viene colto l’istante, è molto simile a questo squarcio nelle nuvole. In un lampo, una foto meravigliosa sembra uscire fuori dal nulla”. Il linguaggio privilegiato con il quale ha compiuto questa difficile impresa è quello dell’istantanea, da cui risulta tutta l’ironia di un universo congelato in pose bizzarre, ma anche l’insospettabile perfezione formale che può scaturire dal caso.

SPAIN. Madrid. 1995. Prado Museum (Museo del Prado)
SPAIN. Madrid. 1995. Prado Museum (Museo del Prado)

Da Jacqueline Kennedy a Marilyn Monroe fino a Che Guevara e Richard Nixon, fotografato durante un concitato dialogo con Nikita Krusciov nel 1959, sono numerose le celebrità che compaiono nel percorso di questa mostra. Su tutte Erwitt posa uno sguardo allo stesso tempo tagliente e pieno di empatia, dal quale scaturisce non soltanto l’ironia del vivere quotidiano, ma anche la sua complessità. Con lo stesso atteggiamento, d’altra parte, il fotografo concentra la sua attenzione su qualsiasi altro soggetto, senza alcuna differenza e portando all’estremo la qualità democratica che è tipica del suo mezzo. Il suo immaginario è infatti popolato in prevalenza da persone comuni, uomini e donne, colte nel mezzo della normalità delle loro vite, ma anche di animali, cani soprattutto, cui Erwitt dedica nel tempo una serie di veri e propri ritratti (che venti anni fa vennero raccolti uno dei suoi libri più noti, To the dogs);fra gli scatti più celebri c’è quello di un chihuahua vestito con tanto di cappotto e cappellino e messo di fianco alle zampe di un altro cane di grossa taglia e alle gambe della padrona tagliate dall’inquadratura. Passato il riso del primo impatto, rimane l’evidenza dei fatti (o soltanto l’illusione della fotografia?): stanno tutti sullo stesso piano.

USA. Santa Monica, California. 1955.
USA. Santa Monica, California. 1955

In contemporanea con la mostra è uscito un interessante e piacevolissimo libro di Silvana Editoriale (Icons), a cura di Biba Giacchetti, in cui le immagini, sono affiancate da un ricordo o da un commento del fotografo, e che pertanto può fare da ottima guida nella visita della mostra. Ad esempio, sulla foto del bambino di colore che si punta la pistola sulla tempia (Pittsburgh, 1950), il volto illuminato da un dolcissimo sorriso, Erwitt dice: “Credo che sia la mia foto preferita … non c’è molto da dire se non che la puoi interpretare nel modo che preferisci: puoi pensare che sia divertente o stupida, o drammatica, e in tutti i modi funziona”. Commentando un suo bellissimo ritratto di Che Guevara realizzato a L’Avana nel 1964, presente in mostra, ricorda la sua impressione personale sul “Comandante”, insieme al quale, e a Fidel, trascorse un’intera settimana: “Era freddo, stava sulle sue, non dava una grande confidenza”. E sulla famosa “foto di gruppo” scattata a Reno nel Nevada nel 1960 sul mitico set del film Gli spostati, in cui compaiono Arthur Miller, John Huston, Eli Wallach, Marilyn, Clark Gable e Montgomery Clift, il fotografo commenta: “Questa foto è famosa non perché sia una bella foto, ma perché è piena di personaggi famosi, forse perché ho raggruppato tutto il cast, e non è stata una cosa semplice riuscire a riunirli tutti, erano personalità piuttosto individualiste”.

Michele De Luca

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