Giovanni Boldini dipinse il piacere. Il pittore ferrarese in una grande retrospettiva al MART di Rovereto

Boldini, Autoritratto, 1911

Il fascino senza tempo della Belle Époque è arrivato al Mart. I caffè mondani, gli abiti da capogiro, l’eleganza della borghesia, il vaporoso romanticismo dei salotti raccontato dal più grande ritrattista dell’epoca: Giovanni Boldini. A lui è dedicata la nuova grande mostra del museo di Rovereto. 170 opere provenienti da collezioni pubbliche e private, molte delle quali appartenenti al patrimonio del Museo Boldini di Ferrara, chiuso al pubblico dopo il terremoto del 2012. Tra i più virtuosi e fecondi pittori del suo tempo, Boldini coglie l’essenza di un ambiente sfolgorante, di cui è uno dei più importanti protagonisti.

Da Ferrara a Parigi, passando per Firenze e Londra, il maestro italiano studia Raffaello, frequenta i Macchiaioli e il Caffè Michelangelo di Firenze, conosce Courbet, Manet, Degas e, stabilitosi definitivamente a Parigi, si afferma come uno degli artisti più richiesti. Grazie anche a una spiccata intraprendenza e a notevoli doti relazionali, Boldini diventa il pittore dei ritratti di società. I suoi dipinti finiscono per descrivere e allo stesso tempo definire lo stile, le tendenze e l’estetica della Ville Lumière, indiscussa capitale europea. Tanto che il pittore Jacques-Émile Blanche scrive: “Boldini, disegnatore prestigioso e squisito colorista, accumula piccoli pannelli sui quali la vita di Montmartre, il movimento della place Pigalle, sono resi con una maestria che entusiasmò Degas e Monet”. Nelle effigie di nobildonne, attrici e intellettuali incontrati nei salotti della Parigi fin de siècle, rivive il fascino di una società raffinata ed elegante. I cronisti dell’epoca descrivono donne vestite alla “Boldini”, “canoni della bellezza boldiniana” e individuano nei suoi quadri una femminilità “suprema e irresistibile” ma anche “ingenuamente pudica”.

Boldini, La signora in rosa, 1916

Dal punto di vista pittorico, l’artista persegue continue innovazioni e repentine trasformazioni: con i suoi vortici di pennellate lunghe e vibranti, le cosiddette sciabolate, ferma sulla tela immagini simili a fotogrammi. Scatti mossi, ripresi in divenire, fissano la dinamicità del passaggio fra un’azione appena compiuta e un’altra appena cominciata. Boldini traduce e raffigura la vitalità e la concitazione di un’epoca in pieno fermento sociale. Coinvolge le sue muse, complici loro malgrado di un sottile gioco psicologico, riuscendo a metterne in evidenza sia gli aspetti più sensuali e conturbanti, sia le fragilità. Come scrive l’amico caricaturista Sem (pseudonimo di Georges Goursat): “Boldini era il pittore della sua epoca, dipingeva le donne coi nervi a pezzi, affaticate da questo secolo tormentato. […] Tutti questi brividi, questi tremori, queste contrazioni, sono in sintonia con quest’epoca di nevrosi.”

Boldini, Giovane donna in desh abillé (La toilette), 1880 ca.

Nella mostra “Giovanni Boldini. Il Piacere” (fino al 29 agosto), ideata da Vittorio Sgarbi e curata da  Beatrice Avanzi, curatrice Mart, l’attività del pittore italiano viene ricostruita nella sua completezza attraverso un ricco percorso cronologico, che lascia spazio all’approfondimento di alcuni temi e relazioni che ne hanno segnato la lunga e proficua carriera. In particolare, in mostra vengono analizzati i rapporti con il poeta Gabriele d’Annunzio, attraverso figure di comuni muse ispiratrici come la “Divina Marchesa” Luisa Casati, colta e trasgressiva, interprete per antonomasia dell’eleganza e dell’eccentricità della Belle Époque. Irrequieti pionieri nelle rispettive arti e sofisticati interpreti della cultura dell’epoca, Boldini e d’Annunzio si incontrarono in poche fortuite occasioni, ma furono numerose le amicizie in comune, i caffè, i salotti, i circoli e i teatri frequentati da entrambi. Figli dello stesso tempo, contribuirono a costituire un’estetica che fu una vera e propria nuova visione del mondo, “nutrendo il culto della bellezza […] quale sunto di eleganza e stile di vita, imprescindibilmente legato alla valorizzazione dell’arte, della cultura e dell’io” (Tiziano Panconi, dal saggio in catalogo).

Boldini, La marchesa Luisa Casati con piume di pavone 1911-1913

La mostra prende avvio con i primi lavori realizzati nella natia Ferrara, influenzati dalla cifra espressiva del padre Antonio – che avvia e incoraggia il giovane Giovanni -, dai modi di Gaetano e Girolamo Domenichini e dagli esempi dall’antico di Palazzo Schifanoia. Nel 1864, in pieno Risorgimento e in un’Italia appena nata, Boldini si trasferisce a Firenze e aderisce ai moti dei Macchiaoli. Velocemente instaura scambi e collaborazioni con Telemaco Signorini, Vito D’Ancona, Cristiano Banti e Giovanni Fattori. La luce potente della “macchia”, con le sue forti contrapposizioni chiaroscurali, rimane per Boldini una sorta di ossatura compositiva sulla quale si innestano via via i successivi aggiornamenti stilistici. A Firenze Boldini frequenta anche il pittore Marcellin Desboutin, che alla villa dell’Ombrellino ha dato vita a un vero e proprio avamposto della cultura francese in Italia.

Boldini, La treccia bionda, 1891 ca.

Nel 1871 l’artista si trasferisce a Parigi dove in breve si lega al potente mercante Adolphe Goupil. Il cosiddetto periodo “Goupil” (1871-1878) è fra i più proficui: Boldini si misura con l’aggiornamento di un genere di grande fortuna nella Francia del secondo Ottocento, quello della pittura d’interni, prevalentemente con ambientazioni settecentesche o stile Impero. I dipinti di questo periodo, di piccole dimensioni e di stretta osservanza realista, sono caratterizzati da una ricerca stilistica innovativa che li rende “leggerissimi”, sfumati con effetti vaporosi. A partire dagli anni Novanta, entusiasta dell’ambiente altolocato nel quale è ormai protagonista indiscusso e che gli garantisce numerose commissioni, Boldini intensifica la produzione di ritratti a grandezza naturale. “È qui che Boldini si è rivelato maestro perché […] le sue figure di grandezza naturale danno l’istantanea sensazione d’aver dinnanzi degli esseri vivi” scriverà il critico d’arte Vittore Grubicy nel 1889. Tra i tanti volti in mostra, si possono riconoscere i celebri ritratti della contessa Gabrielle de Rasty, dell’attrice Alice Regnault, di Emiliana Concha de Ossa, di Madame Veil-Picard, della contessa de Leusse, della principessa Eulalia di Spagna.

Giusy Alvito

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