Cento anni di grande fotografia, i capolavori della Fotografis Bank Austria in mostra a Reggio Emilia

Herbert-Bayer-Selbstporträt-1932
Herbert-Bayer-Selbstporträt-1932

La collezione “Fotografis” rappresenta un unicum nel panorama collezionistico europeo: si tratta infatti di una collezione d’impresa creata in dieci anni, dal 1976 al 1985 – su iniziativa della gallerista viennese Anna Auer, del suo sodale Werner Mraz e dell’allora direttore della collezione d’arte della Österreichischer Länderbank, Ivo Staněk –

concentrata sulla fotografia dalle origini agli anni Settanta, e rimasta intatta nella sua forma originale sino ai giorni nostri.

Depositata dagli attuali proprietari – Bank Austria del Gruppo UniCredit – in comodato gratuito al Museum der Moderne di Salisburgo, la collezione si compone di 640 opere. La selezione compiuta per la mostra di Palazzo Magnani segue le caratteristiche primarie della collezione, il suo presentarsi come visione generale sull’evoluzione della fotografia dai suoi primi passi nella seconda metà del XIX sino alla stagione pittorialista degli inizi del Novecento, per proseguire poi con gli anni d’oro tra Venti e Trenta, tra fotografia documentaria e sperimentazioni linguistiche, per giungere infine agli anni del secondo dopoguerra che aprono sulla contemporaneità. Una visione naturalmente parziale, ma composta di opere straordinarie e soprattutto da un alternarsi di maestri universalmente riconosciuti (da Nadar ad Atget, da Steichen a Strand, da Stieglitz a Man Ray, da Moholy-Nagy a Cartier-Bresson, da Sander ad Arbus, per non citarne che alcuni) e di autori meno noti ma altrettanto interessanti, in grado di rivelare la varietà e la diffusione della cultura fotografica in Europa e negli Stati Uniti lungo un secolo. Con il titolo “Un secolo di grande fotografia – Capolavori dalla Fotografis Bank Austria – Unicredit Art Collection”, una importante mostra allestita al Palazzo Magnani di Reggio Emilia a cura di Margit Zuckriegl e Walter Guadagnini, attraverso centocinquanta immagini, esposte per la prima volta in Italia, ci fa ripercorrere la storia della fotografia dalla seconda metà dell’Ottocento alla metà del Novecento attraverso i più grandi interpreti di sempre.

Madame-dOra-Dora-Philippine-Kallmus-Ohne-Titel-1925
Madame-dOra-Dora-Philippine-Kallmus-Ohne-Titel-1925

Come scrive Guadagnini nella sua presentazione (un prezioso catalogo edito da Hirmer Verlag accompagna l’esposizione; una traduzione in italiano dei testi avrebbe certamente giovato per ulteriori approfondimenti), “sin dalle sue origini la collezione ‘Fotografis’ si rivela come un’esemplare incarnazione dello spirito collezionistico del proprio tempo, come una sorta di cartina di tornasole delle ragioni e soprattutto dei i modi di collezionare fotografia in Europa alla metà degli anni Settanta. Un semplice elenco delle prime acquisizioni, avvenute fra ottobre 1975 e settembre 1976 evidenzia la fondante duplice natura di questo progetto: ai nomi storici di Atget, Hill & Adamson, Cameron, Hine, Hoppé, Weston e Bourke-White, si aggiungono infatti quelli contemporanei di Diane Arbus e di Duane Michals, la prima con il celebre Portfolio ‘A Box of Ten Photographs’ edito nel 1970 e il secondo con la sequenza ‘Things are Queer’, realizzata nel 1973. Storia e presente, dunque, si fondono a evidenziare la volontà di non esaurire il progetto collezionistico in una pur prestigiosa raccolta di testimonianze del passato, di affermare da subito come la novità di questo genere di collezione trovi una sua realizzazione anche nella scelta di accogliere al proprio interno le nuove forme di espressione dello strumento”.

Alfred-Stieglitz-The-Steerage.-1907
Alfred-Stieglitz-The-Steerage.-1907

La mostra presenta, in una sequenza mozzafiato, l’evoluzione della fotografia dalle origini sino agli anni Settanta: si parte con gli iniziatori del mezzo come Nadar, e con i primi grandi protagonisti, da Frances Frith a Eadweard Muybridge, da Bertall a Frederick Evans, fino a Julia Margaret Cameron. Le prime, splendide testimonianze fotografiche dei viaggi in Oriente, e insieme il desiderio di raccontare la realtà quotidiana, di realizzare ritratti somiglianti come mai prima, la competizione instaurata da subito con la pittura. Si prosegue poi con i protagonisti della stagione del pittorialismo, uno dei momenti cruciali e più affascinanti dell’evoluzione del linguaggio fotografico in chiave artistica: in questa sezione si segnalano tra gli altri i nomi di Heinrich Kühn, Edward Steichen, Alfred Stieglitz, František Drtikol, attraverso opere che sono autentici capolavori dell’arte fotografica dei primi decenni del XX secolo.

Man-Ray-Untitled-Gun-with-Alphabet-Squares-1924
Man-Ray-Untitled-Gun-with-Alphabet-Squares-1924

Il punto di maggiore richiamo dell’esposizione è probabilmente quello appena successivo a questa stagione, ed è quello della cosiddetta fotografia modernista, o delle avanguardie. In questa sezione si trovano i nomi di Eugène Atget, Man Ray, Alexander Rodchenko, Herbert Bayer, Edward Weston, Paul Strand, André Kertész, August Sander, Walker Evans, gli autori che sono entrati non solo nella storia della fotografia, ma nell’immaginario collettivo del secolo. I rayographs di Man Ray, le distorsioni di Kertész, i ritratti di Sander sono altrettante icone del Novecento, hanno influenzato generazioni di fotografi, artisti, pubblicitari, e insieme hanno dato un’immagine indimenticabile di quegli anni e di quella realtà storica e sociale. Assieme ad essi, va anche segnalata la presenza di autori meno noti al grande pubblico ma di grandissima qualità, che permettono di avere una visione ampio del panorama fotografico tra anni Venti e Trenta del Novecento. Anche la fotografia di reportage e di stretto legame con gli avvenimenti del tempo è ben rappresentata nella mostra, con esempi di Henri Cartier-Bresson, Margaret Bourke White, Weegee, Lee Friedlander, Elliot Erwitt e molti altri a testimonianza di una volontà di raccogliere le diverse voci e le diverse anime della fotografia: con questo principio si arriva agli anni del dopoguerra e in particolare ai Sessanta e Settanta, nei quali emergono figure come quella di Otto Steinert, del nostro Mario Giacomelli, Diane Arbus, Arnulf Rainer, in una chiusura ideale sul confine tra fotografia di documentazione e fotografia concettuale, che segna la nascita di una nuova stagione.

Giusy Alvito

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