L’astrattismo lirico di Zao Wou-ki, l’artista franco-cinese in mostra alla Fondazione Gianadda di Martigny

Zao Wu-Ki mentre dipinge un'opera all'inchiostro di China nel suo atelier parigino, 2006
Zao Wu-Ki mentre dipinge un’opera all’inchiostro di China nel suo atelier parigino, 2006

Scomparso il 7 aprile 2013, all’età di 93 anni, il grande artista franco-cinese Zao Wou-ki (era nato a Pechino nel 1920, ma vissuto in Francia a partire dal 1948), maestro eminente della corrente dell’“astrattismo lirico” di origine cinese, è stato in grado, nel corso della sua lunga carriera, di riconciliare cultura orientale e sensibilità occidentale attraverso una poetica personalissima fatta di trasparenze materiche e potenti gesti calligrafici, di colori brillanti e monocromi suadenti, di vuoti meditativi e forme vorticosamente dinamiche che si accendono libere in un universo creativo dalla grande poeticità. Nato in una famiglia d’intellettuali dalla vocazione artistica (il nonno era un letterato e il padre si dilettava di pittura) e cresciuto a Shanghai in un’atmosfera fortemente liberale, all’età di quattordici anni Zao Wou-ki viene ammesso alla prestigiosa Accademia d’Arte di Hangzhou, dove si diploma in pittura occidentale a olio nel 1941, sotto la supervisione di Lin Fengmian (1990-1991), uno dei pionieri del modernismo pittorico cinese. Nel 1948, desideroso di fare nuove esperienze e di conoscere da vicino la tradizione pittorica occidentale, decide di trasferirsi a Parigi, dove sistema il suo atelier a Montparnasse; qui si inserisce ben presto nello stimolante tessuto artistico della città, stringendo amicizie con pittori del calibro di Mirò, Giacometti, Leger, Soulages, Dubuffet, nonché con gli americani Sam Francis, Hans Hartung, e Joan Mitchell, che in quegli anni gravitano attorno alla capitale francese. 

Zao Wu-Ki, 04.06.64, 1964, olio su tela. Fond. Gianadda
Zao Wu-Ki, 04.06.64, 1964, olio su tela. Fond. Gianadda

Mentre il suo pennello ripercorre le lezioni degli impressionisti, di Cézanne e del cubismo picassiano, avviene l’incontro folgorante con la “pittura segnica” di Paul Klee (1951), che egli rilegge e trasforma nelle forme pittografiche arcaiche della primigenia scrittura cinese. È da questa riscoperta che lentamente l’artista sembra ripercorrere a ritroso la china che lo riporta alle sue origini, così a lungo obnubilate e respinte. Sospinto dall’incoraggiamento del critico d’arte Henri Michaux, suo grande sostenitore, egli riscopre la trasparenza dell’inchiostro e la sua levità, appuntandolo nell’uso della tecnica litografica. Inoltre, di lì a poco, nella sua pittura iniziano a germogliare segni “profondi”, animati da un ritmo calligrafico interno, in cui si materializza la spazialità prospettica cinese che si apre, da una parte e dall’altra, sull’infinito. Dopo un breve soggiorno in Cina (1972), ritrova poi la natura cinese, attraverso la magia estatica dei suoi paesaggi montuosi, quintessenza della pittura di paesaggio: la natura qui si compone e si scompone al ritmo della bruma, sotto una luce lattiginosa, in cui le forme escono dall’invisibile per poi farvi ritorno, prefigurando la presenza in questo movimento di un altrove indefinito.

Zao Wu-Ki, 29.04.88, 1988 - Fond. Gianadda
Zao Wu-Ki, 29.04.88, 1988 – Fond. Gianadda

Zao Wou-Ki è riconosciuto in tutto il mondo come uno dei più grandi pittori contemporanei. Con la preziosa collaborazione della Fondazione Zao Wou-Ki, la Fondazione Pierre Gianadda, che ha sede a Martigny, presenta per questa importante retrospettiva in Svizzera (mostra e catalogo a cura di Daniel Marchessau), una cinquantina di dipinti e trenta opere su carta, tra cui una serie monumentale di grandi formati, dittici e trittici eccezionale nella loro collezione. La mostra ripercorre le diverse fasi della pratica cromatica e luminosa dell’artista che hanno scandito il percorso di circa sessant’anni di un lavoro tanto intenso quanto ispirato. Dopo un primo periodo figurativo, che segue la sua scoperta della Francia (ritratti, nature morte e paesaggi reinventati), Zao Wou-Ki sviluppa un linguaggio assolutamente originale, che lo porta in piena consapevolezza fin dagli anni 1960-70 verso ampi sviluppi astratti dentro uno spazio lirico liberato; composizioni pregnanti che preludono agli ambiziosi formati degli anni 80’, fino alle ultime opere realizzate sul finire del secolo scorso. Come contrappunto a questa selezione di oli emblematici dai formati molto grandi è allineata un’ampia successione, volutamente limitata ai bianchi e neri, di grandi inchiostri su carta che pongono in evidenza la sua antica frequentazione dell’inchiostro di Cina.

La mostra, che fa seguito alla retrospettiva che venne proposta alla Pinacoteca Casa Rusca di Locarno a pochi mesi dalla scomparsa del maestro, ci invita a conoscere anche la sua produzione recente, riconfermando il forte legame dell’artista con la Svizzera. Nella fase più matura della sua ricerca l’artista si riconferma mediatore di culture – una che è ancorata alla tradizione secolare cinese, l’altra orientata invece verso gli orizzonti estremi dell’astrazione. Fu grazie all’amico Johnny Friedlaender che la Svizzera occuperà un posto importante nella sua carriera. Per lui non sarà un paese fra tanti poiché proprio in Svizzera avverranno gli incontri decisivi per l’evoluzione della sua arte. Paradossalmente il legame fra Zao Wou-Ki e la Svizzera ha origine in Cina. Si tratta del rapporto fondamentale con la pittura di Paul Klee: a Shanghai, Zao Wou-Ki possedeva, nella sua collezione di libri d’arte, un’opera su Klee che suo zio gli aveva portato da un soggiorno in Europa. L’influsso della pittura di Klee sarà determinante nella sua opera verso la metà degli anni 1950. Nel 1951, a Berna, dove si trova per una mostra delle sue incisioni allestita da Nesto Jacometti alla Galleria Klipstein, ha l’occasione di vedere alcune opere di Klee. L’incontro può dirsi “fatale” poiché gli consente di capire che la pittura non è necessariamente la rappresentazione oggettiva delle cose. La comprensione del processo artistico di Paul Klee lo indurrà a recuperare una parte dell’eredità culturale cinese per abbandonare a poco a poco la figurazione che sente troppo vincolante. Tale rivoluzione plastica, pur realizzandosi materialmente nel suo laboratorio parigino, nasce intellettualmente in Svizzera. La sua opera e il suo pensiero sono emblematici, tali da far capire un particolare approccio che ha segnato l’evoluzione del suo “far pittura”, legato intimamente alla poesia, alla scrittura che si è trasmutata in calligrafia e poi in segni simbolici, in colori esuberanti che lo hanno aperto a una nuova luce.

Giusy Alvito

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