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Tutti gli attimi si equivalgono, l’ultimo lavoro di Ugo Mulas alle Gallerie Lia Rumma di Milano e Napoli

Ugo Mulas, Alexander Calder, Circus, 1963

Ugo Mulas, Alexander Calder, Circus, 1963

“Come i bambini che non sanno ancora parlare, e quando cercano o vogliono una cosa si esprimono avvicinandosi ad essa, toccandola, o fiutandola, o indicandola e con mille atteggiamenti diversi, così il fotografo quando lavora, gira intorno all’oggetto del suo discorso, lo esamina, lo considera, lo tocca, lo sposta, ne muta la collocazione e la luce; e quando infine decide di impossessarsene fotografandolo, non avrà espresso che una parte del suo pensiero… Ciò che veramente importa non è tanto l’attimo privilegiato, quanto individuare una propria realtà, dopo di che tutti gli attimi più o meno si equivalgono. Circoscritto il proprio territorio, ancora una volta potremo assistere al miracolo delle ‘immagini che creano se stesse’, perché in quel punto il fotografo deve trasformarsi in operatore, cioè ridurre il suo intervento alle operazioni strumentali. Al fotografo il compito di individuare una sua realtà, alla macchina quella di registrarla nella sua totalità”.

Ritratto di Ugo Mulas_Fotografia Antonia Mulas © Tutti i diritti riservati

Ritratto di Ugo Mulas

Sono parole del grande fotografo Ugo Mulas (Pozzolengo, Brescia, 1928 – Milano, 1973) che ci forniscono una “autentica” chiave di lettura di quello che chiama il “compito” che egli si auto assegnava nel suo intenso percorso di fotografo, iniziato da autodidatta a contatto con l’ambiente artistico e culturale milanese dei primi anni Cinquanta e proseguito, dopo il debutto nel fotogiornalismo, imponendosi subito nei più diversi campi del professionismo italiano, sviluppando una importante collaborazione artistica con Giorgio Strehler, e dedicandosi (dal 1954, quando per la prima volta fotografa la Biennale di Venezia) alla fase della sua produzione che rimane la più conosciuta e celebrata, vale a dire quella maturata all’interno del mondo dell’arte. Ricordiamo tra l’altro le famose serie su Burri (1963) e Fontana (1965) e il famoso reportage a Spoleto per la mostra “Sculture nella città” (1962), dove si lega agli artisti David Smith e Alexander Calder. A questo “incontro”, con il titolo “Cirque Calder” venne dedicata l’anno scorso una mostra a Merano, dove si dava un esempio illuminante del rapporto che Mulas ebbe con l’arte, che lungi dall’essere una “rappresentazione” del lavoro dell’artista, era diretto cogliere nell’approccio dell’autore alla sua arte l’essenza stessa di quell’arte.

Ugo Mulas L'operazione fotografica. Autoritratto per Lee Friedlander, 1971. Fotografie Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

Ugo Mulas L’operazione fotografica. Autoritratto per Lee Friedlander, 1971. Fotografie Ugo Mulas © Eredi Ugo Mulas

La lunga citazione sopra riportata presagisce in qualche modo l’ultimo, “necessario” approdo di Mulas con la fotografia considerata in se stessa, nelle sue specificità e nelle sue potenzialità linguistiche, a cui non furono certamente estranei gli incontri che, dopo la rivoluzione della Pop Art alla Biennale del 1964, ebbe negli Stati Uniti con Rauschenberg e Warhol e la scoperta della fotografia di Robert Frank e Lee Friedlander, la quale portava alle nuove indagini della fine degli anni sessanta, che lo avviarono ad uno febbrile lavoro di ripensamento della funzione storica della fotografia attraverso una riflessione estetica e fenomenologica che porterà, negli anni 1968-1972, alla nascita delle “Verifiche”, una serie fotografica che sintetizza in dodici opere il suo dialogo continuo con il mondo della “produzione” dell’arte, che avrebbe rappresentato, purtroppo, il suo ultimo lavoro prima della immatura scomparsa. Ed è a questa ultima fase del lavoro di Mulas che è dedicata una duplice mostra (“The Sensitive Surface”, vale a dire “la superficie sensibile”), curata da Tina Kukielski, che, fino al 14 febbraio del 2015, si articolerà contemporaneamente nelle due sedi espositive della Galleria Lia Rumma, a Napoli (Via Vannella Gaetani 12) e a Milano  (Via Stilicone 19). Le due mostre pongono l’attenzione proprio su questo ultimo periodo di intensa sperimentazione compreso tra il 1969 e il 1973 e sulla originalissima ricerca dell’artista volta ad esplorare le potenzialità “concettuali” della fotografia, presentando anche lavori inediti, tra cui alcune fotografie a colori oltre ai famosi provini a contatto.

A Napoli vengono esposte le rare sequenze di Jasper Johns, Roy Lichtenstein, Pascali e Warhol, insieme a una selezione di fotografie tratte dalla serie “Campo Urbano”, che egli realizzò nel 1969 per le strade di Como in collaborazione con Bruno Munari e Luciano Caramel, consistente in una serie di interventi estetici e  performance che concretizzavano una sorta di “sovvertimento” della narrazione, la quale diventava un’opera d’arte autonoma e compiuta in se stessa, oltre ogni riferimento al dato storico e al contesto ambientale. A Milano invece sono esposte le “Verifiche” e i lavori fotografici immediatamente precedenti: delle buie fotografie, stampate direttamente dai negativi vuoti.

"Verifiche"

“Verifiche”

E’ lo stesso Mulas (“il primo a mettere ordine in quella landa desolata che è la fotografia”, come scrisse Argan) a raccontarci di che si tratta: “Nel 1970 ho cominciato a fare delle foto che hanno per tema la fotografia stessa, una specie di analisi dell’operazione fotografica per individuarne gli elementi costitutivi e il loro valore in sé … Ho chiamato questa serie di foto ‘Verifiche’ perché il loro scopo era quello di farmi toccare con mano il senso delle operazioni che per anni ho ripetuto cento volte al giorno, senza mai fermarmi una volta a considerarle in se stesse, sganciate dal loro aspetto utilitaristico… Il rullo non utilizzato, non impressionato ma solo sviluppato, fissato e provinato, perde il suo significato utilitario, dà inizio a una serie di reazioni che si sono concretizzate in maniera quasi automatica in quella serie di foto che ho raccolto sotto l’unico titolo di Verifiche”. Con le “Verifiche”, scriveva Germano Celant presentando il catalogo (Motta Editore) di una mostra del 1993 al Palazzo Braschi di Roma, “attuando un gesto di introversione creativa che lo avvicina definitivamente al linguaggio dell’arte, sostituisce all’inquadratura e al boccascena fotografico una superficie ‘che non riguarda alcuno’, se non l’idea o il linguaggio della fotografia”. Da fotografo, dunque, ad “artista” che usa la fotografia.

Michele De Luca

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