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La speleo campobassana Daniela Barbieri al corso di addestramento di geologia spaziale per gli astronauti ESA

Quante volte abbiamo assistito in televisione a lanci di navicelle spaziali, ad immagini di astronauti che fluttuano all’interno di esse oppure “passeggiano” nell’infinito con le loro tutone bianche e la testa di vetro? Ormai talmente tante volte che non ci meraviglia più quello che questi uomini speciali fanno per la ricerca e per il progresso di tutta l’umanità.

Ma forse raramente ci siamo soffermati su come si arrivi a tutto questo. Come si prepara un equipaggio a partire per lo spazio? Qual è lo stile di vita da condurre per arrivare a tanto? Da noi, sulla Terra, l’ambiente più simile e adatto a ricreare quelle particolari, estreme, condizioni è sicuramente il sottosuolo, le grotte. Un ambiente che ha tantissime cose in comune con quello spaziale, ostico, in cui l’organismo umano deve adattarsi a parametri del tutto nuovi e fortemente avversi: emperatura, umidità, oscurità, assenza di suoni e colori fame, sete e presenza di gas potenzialmente nocivi.

Il team di Miles Beyond, di cui fa parte la campobassana Daniela Barbieri, si occupa anche di questo: accompagnare gli astronauti dell’Agenzia Spaziale Europea (ESA) in questi luoghi a loro sconosciuti, scarsamente accessibili e ostili, facendo sì che possano addestrarsi a queste condizioni estreme, molto simili a quelle che troveranno una volta in giro per lo spazio.

Si è concluso proprio in questi giorni il corso di addestramento Caves dell’Esa, della durata di 15 giorni, patrocinato dal Club Alpino Italiano (CAI) con il prezioso contributo delle guide speleo marchigiane e friulane, presso la base logistica prestabilita che quest’anno dalla Sardegna si è spostata in Slovenia, con sei astronauti di cinque agenzie spaziali: dalla Nasa Joe Acaba (uno dei “commensali” durante la pizza nello spazio in compagnia del nostro Paolo Nespoli nel 2017) e l’afroamericana Jeanette Epps; il canadese Joshua Kutryk; il veterano giapponese Takuya Onishi; il cosmonauta russo Nikolai Chub e la giovane promessa tedesca Alexander Gerst. Nelle profondità della terra il gruppo ha ritrovato analogie molto simili a quelle che si trovano nell’arco dei 45 minuti che si impiegano a compiere il giro del pianeta Terra a bordo di una navicella spaziale, utilizzando tecniche speleologiche come muoversi con i moschettoni emulando in sostanza le passeggiate spaziali. «Il mio ruolo è stato quello di procurare l’equipaggiamento adatto – dice Daniela – Un aspetto non di poco conto se si considerano le condizioni assolutamente inospitali in cui si vive per sette giorni: freddo a 6°C, umidità, scarsità di luce. Ho preferito il made in Italy: non tutti sanno che gli scarponi degli astronauti sono prodotti dal Calzaturificio Gaibana di Verona e l’abbigliamento intimo termico dalla Crio Project, sempre di Verona».

Un addestramento che è anche ricerca reale: «Nelle cavità della Sardegna – continua – fu scoperta addirittura una nuova specie di crostacei resistenti ad ambienti così estremi. Ma anche diversi oggetti di uso comune oggi, derivano dalla ricerca sui materiali legata alle esplorazioni spaziali di Apollo: l’utilizzo del velcro, ad esempio. Ma anche un semplice computer portatile o un trapano sono la derivazione di quanto utilizzato nello spazio. L’esplorazione non finisce mai – termina Daniela – Abbiamo ancora tantissime cose da scoprire sulle nostre montagne e chissà che un giorno non si possano esplorare le grotte lunari e marziane. Il tutto con il più basso impatto ambientale possibile, ovviamente: stop all’uso di plastica e utilizzo esclusivo di materiali riciclati e riciclabili». (in home Daniela Barbieri – © A. Romeo)

© Maurizio Silla