Home » Cultura » Domenico Fatigati, colore e geometria. Le sue opere astratte in mostra alla Galleria Arianna Sartori di Mantova

Domenico Fatigati, colore e geometria. Le sue opere astratte in mostra alla Galleria Arianna Sartori di Mantova

Domenico Fatigati

La Galleria Arianna Sartori, nella sede di via Ippolito Nievo 10 a Mantova, ha inaugurato la mostra dell’artista napoletano (è nato ad Acerra, dove vive e lavora) Domenico Fatigati “L’arte come effusione del ritmo patico interiore”, Sabato 15 giugno alle ore 18.00 alla presenza dell’artista. La mostra, a cura di Arianna Sartori, resterà aperta al pubblico fino al 27 giugno 2019. Fatigati, come ha esaurientemente scritto il critico Aniello Montano, “è affascinato dalle geometrie e dal colore. Le sue composizioni artistiche rispondono a un bisogno totalmente diverso da quello che sollecita qualsiasi pittore in dialogo con il mondo. Pur esprimibile in un linguaggio concreto, fatto di forme o astratto, costituito da pura materia cromatica priva di qualsiasi forma oggettiva o immaginaria, la pittura in dialogo con il mondo naturale o umano risponde sempre a una precisa domanda. Il pittore si chiede sempre come sia possibile conferire la bellezza a una scena reale, a un pezzo di mondo. Che quello spicchio di reale sia goduto e rappresentato per quello che è realisticamente o sia avvertito e riespresso come risonanza interiore di tipo emozionale, priva di qualsiasi riscontro formale oggettivo, non cancella né nega il dialogo dell’artista con il mondo. Il prodotto finale è sempre una lettura, una reinterpretazione di una parte di mondo o una risposta alle sollecitazioni provenienti da esso.

Nel fare artistico di Mimmo Fatigati questa interlocuzione sembra non trovare posto. L’impegno nel produrre arte si presenta completamente sganciato dalla natura e dal modo di sentirla e reinterpretarla. L’autonomia dell’artista dal mondo sembra assoluta, priva di qualsiasi residua relazione e/o allusione a esso. Sfera della natura e sfera dell’arte nei manufatti di Mimmo Fatigati si presentano autonome e indipendenti. Ognuna di esse vive nel proprio ambito, chiusa alla comunicazione e all’esercizio di un ruolo nell’ambito dell’altra. Oltre che dalla natura, l’operazione creativa di Fatigati sembra sganciata anche da ogni retaggio e da ogni prospettiva di tipo storico-culturale. Non mira ad alcun recupero di elementi specifici della tradizione valoriale né è finalizzata a polemizzare con essa per l’affermazione di una finalità nuova, intenzionalmente assunta e perseguita. Arte e storia nell’operosità produttiva di Fatigati sembrano ambiti non in stretto dialogo. I fatti della vita civile, le tensioni interne al mondo della storia non sembrano avere alcun riverbero nell’azione creativa dell’artista.

A guidare Fatigati nel proprio lavoro sembra essere soltanto la “voce” della sua interiorità, le osservazioni e le sperimentazioni nel campo della sensibilità personale. A indirizzarne il percorso e a guidarne la mano con sapienza compositiva è soltanto un sapere interiore, intimo, impermeabile, o quasi, a ogni sollecitazione esterna. La “radice” vera e profonda di questa forma d’arte pare debba essere individuata esclusivamente nella “conoscenza di sé”, nella profonda tensione spirituale che spinge l’artista a operare. È nella interiorità originaria, non filtrata né vagliata attraverso la riflessione intellettuale, che va cercata e trovata la sorgente del fare artistico di Fatigati. A spingerlo all’opera è una sorta di “necessità” patica, una delicata sensibilità prettamente soggettiva. Ed è qui, in questa insondabile vena interiore, che va individuata la “fonte” primaria della sua originalità compositiva. Mimmo Fatigati “costruisce” le sue opere con la pazienza frenata e con la meticolosità attenta e caparbia dell’artigiano ispirato, del costruttore di manufatti tutto intento all’ascolto della “voce” interiore, che gli detta le mosse. Il miracolo vero è che quel che ne risulta non è geometria né composizione artigiana, utile e funzionale a qualche scopo preciso. È pura e semplice armonia compositiva, promettente annuncio di bellezza. È arte ricca di fascino. È visione fascinatrice. È ritmo misura equilibrio. È scala musicale, con i suoi “crescendo”, i piani, i pianissimi, le fughe, gli acuti, i bassi. È l’eco del ritmo emotivo dell’interiorità introversa dell’autore. È il frutto effusivo del suo ritmo spirituale. È l’esplorazione di un mondo non prodotto dalia natura né dall’Impegno storico-culturale della società. A indirizzare Fatigati nella scelta dei materiali, cilindretti o stecchini di legno, rondelle di metallo, striscioline di laminato plastico e altro, è una sapienza tattilo-visiva al servizio della “voce” interiore, del piano compositivo che, pur articolandosi e perfezionandosi nel corso del procedere del lavoro, risponde a un costrutto immaginario, già bello e compiuto nella sensibilità profonda dell’esecutore.

L’accento, allora, va posto sulla purezza, sul risultato dell’opera totalmente depurato da ogni forma di culturalismo intellettualizzato, di costruttivismo di tipo ingegneristico ragionato e programmato. Il ritmo delle sequenze armoniche dei materiali colorati segue il dettato interiore con la stessa spontaneità che caratterizza la creatività di un musicista ispirato. Il progetto operativo si viene componendo quale espressione immediata di risonanze emotive, di esplorazioni intrapsichiche, nient’affatto condizionate dall’esteriorità. Questo nesso diretto interiore esteriore, al netto di ogni sorta di mediazione mentalistica, è vivo e vero, è attivo e imperativo anche quando e nel caso l’artista Fatigati volesse o dovesse schizzare sulla carta prima dell’esecuzione il progetto da seguire per la realizzazione dell’opera. Quest’aspetto della costruzione dell’opera riguarderebbe eventualmente il piano esecutivo, senza oscurare quello più profondo e essenziale della fonte primigenia dell’ispirazione”.

C.S.