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I “Punti di vista” di Luciano Ventrone, ampia e accurata retrospettiva curata da Mariano Cipollini al Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara

Luciano Ventrone

Dopo una lunga attesa, torna a esporre in Italia con Punti di Vista l’artista Luciano Ventrone, mostra a cura di Mariano Cipollini. Il lungo percorso espositivo, allestito nel Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, inaugurato il 21 gennaio, sarà visitabile fino al 26 marzo. L’esposizione, promossa dall’Associazione Archivi Ventrone, si avvarrà di un nutrito e importante numero di opere provenienti sia dalla raccolta del maestro sia da collezioni private e pubbliche. La mostra si avvale del patrocinio della Regione Abruzzo, la quale sarà presente con una tela tra le più rappresentative del pittore. Per la prima volta tutte le tredici sale espositive del Museo sono state messe a disposizione di un solo artista. Nell’intento di creare un movimento sinergico tra i reperti presenti nella collezione permanente e l’incontro con i lavori di Ventrone, la mostra traccia un percorso espositivo particolarmente strutturato, una nuova concezione d’iter all’insegna della contemporaneità. Tutto mirato a riattualizzare le letture storico – antropologiche del complesso espositivo passando attraverso una narrazione “atemporale, ammaliatrice e ingannevole” che Ventrone fa della realtà. Attualizzazione ardita e intelligente, voluta sia dal direttore della struttura museale, Ermanno De Pompeis, quanto dal suo presidente Roberto Marzetti.

Inquietudine, 2006, olio su lino

La mostra intitolata Punti di vista non si presenta solo come una rilettura filologica delle nature morte del maestro, ma è protesa a riconsiderare e rivedere alcuni aspetti fondamentali che fanno di Ventrone un artista delle avanguardie. I lavori dell’ultimo ventennio sono messi in relazione con le sperimentazioni che l’hanno formato, dai primi anni sessanta, per circa un quindicennio, sotto la guida iniziale di G. Capogrossi. Secondo quanto scritto dal curatore Mariano Cipollini: “Non si può pensare che Luciano Ventrone non sia espressione di quell’avanguardia artistica che, prescinde dall’utilizzo di qual si voglia forma, anche se nel suo caso è innegabile il peso del risultato estetico e percettivo, peso che, come ho già detto, non ne compromette la matrice concettuale che gli appartiene. Matrice che, pur contraddicendosi nel passare attraverso i canonici riferimenti riconducibili a forme artistiche giudicabili e comprensibili, ne manifesta altresì contenuti e concetti che si ristrutturano ex novo attraverso una significazione che, nel suo caso, se non passasse attraverso le nature morte, sarebbe difficilmente esprimibile”.

Si tratta di una esposizione, dunque, dalle molteplici sfaccettature, che ci svela un Ventrone maturo e complesso, stimolato dall’ambiente che lo accoglie a relazionarsi in uno spazio dove il manufatto esposto è parte in causa anche del suo narrato: “I suoi lavori, veri e propri “oggetti semiotici”, oltre a fornirci nozioni teoriche collaudate, trasformano una nuova intuitiva descrizione in una vera interpretazione”.

Ciotola di ceramica con ciliegie, olio su tela

Il pittore nel 1942 da genitori campani. La madre era nata a Torre del Greco e suo padre a Curti, un piccolo comune in provincia di Caserta. A cinque anni va in Danimarca, ospite di una signora danese che lo adotta per qualche tempo. In Danimarca Ventrone riceve calore, umanità, solidarietà ed anche i primi giocattoli della sua vita. Tra le altre cose riceve una scatola di colori con cui comincia la sua carriera di pittore, che lo ha portato al ruolo e al successo che conosce in questi anni. Torna in Italia per frequentare la scuola dell’obbligo e quando deve decidere il suo destino scolastico non ci sono dubbi: il liceo artistico prima e la facoltà di architettura dopo, accompagneranno e formeranno la sua passione per l’arte e la sua sensibilità di artista: ha già scelto la pittura come centro naturale della sua vita. Ventrone vive giovanissimo la grande stagione delle battaglie tra le varie tendenze artistiche. Le frequenta quasi tutte, ma si capisce che dietro questa frequentazione c’è la ricerca di un linguaggio suo personale ed esclusivo. Ventrone non ama stare nel mucchio: la sua infanzia lo ha segnato dandogli una vocazione alla ricerca solitaria, alla ostinata e durissima disciplina, allo studio del colore, della forma. Una vocazione che produce risultati e traguardi eccezionali. Si sposa con Miranda, una donna che lo aiuterà in misura straordinaria a coltivare la sua passione al riparo da grandi tensioni. Nasce Massimiliano.

Notte di fine estate

La svolta nella storia della pittura di Ventrone avviene un giorno, quando bussa alla porta del suo studio Federico Zeri. Il grande studioso era stato messo sulla pista del pittore romano dalla sua incessante curiosità per la novità e da alcune segnalazioni che lo avevano incuriosito. Zeri decide di spendere il suo prestigioso nome per imporre attenzione verso quel giovane pittore romano. Ha già esposto le sue opere a Londra nella galleria più prestigiosa di quella città, la Wildenstein. Qualche mese dopo è a Tokyo per una mostra che lo impone al pubblico, alla critica ed al mercato giapponese. Dal 1991 ad oggi numerose sono state le mostre personali e le rassegne collettive in gallerie private e spazi pubblici, sia in Italia che all’estero. Celebratissimo dalla Francia agli Stati Uniti, da Londra a Shangai, Luciano Ventrone ha in previsione una mostra personale alla Bernarducci-Meisel Gallery di New York nel maggio del 2008 e, a seguire, una personale alla Albemarle Gallery di Londra.

La sua pittura è asettica, non emoziona (e forse non “nasce” da emozione, se non da quella strettamente visiva delle forme in cui si sostanzia la realtà oggettiva), tecnicamente perfetta, la sua pittura è l’Iperrealismo nel senso pieno del suo significato. I suoi quadri non raccontano una storia, sentimenti, emozioni, i suoi quadri sono una “fotografia” esatta del mondo, dei suoi particolari, che si traduce in un virtuosismo pittorico che ha come mondo di ispirazione vasi di frutta, cipolle, mele, ciliegie, cocomeri o zucche, nel rendere i colori, i sapori; non c’è trasfigurazione nei suoi soggetti, non c’è ricerca o esaltazione di tutto quello che non sia pittura oggettiva della realtà.

Rita Springhetti