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Il cronista della ‘belle époque’ parigina, Toulouse-Lautrec in mostra fino al 5 marzo al Palazzo Chiablese di Torino

Henry de Toulouse-Lautrec

“In tutto il mondo si conoscono le fotografie di quest’ometto deforme. Soltanto la testa e il tronco erano di proporzioni normali. La testa sembrava avvitata sopra le spalle molto cascanti. La barba lunga e nera faceva l’effetto d’uno strano ornamento. Gambe e braccia erano quelle di un bambino di sei anni. Ma in questo corpo deforme c’era una forza vitale enorme, quasi superata dallo spirito di Lautrec. Le sue risposte pronte – simili a quelle di un clown maligno – erano sconcertanti. La bocca di una animalesca sensualità, il modo di esprimersi ora incontrollato, ora estremamente arguto, ora del tutto anticonvenzionale…”. Così ebbe a descriverlo Henry van de Velde,  architetto, scultore, pittore e designer belga; si trattava del grande omonimo Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 24 novembre 1864 –Malromé, 9 settembre 1901), la cui arte, nella Parigi di fine Ottocento, non si allineò con quella, all’epoca predominante e “di moda”  degli impressionisti che di pochi anni lo avevano preceduto e ancora stavano lavorando con grande successo in Francia; la sua pittura infatti non rivela interesse per il paesaggio e per la luce, mentre esprime un fascino fortissimo per la figura umana. Non solo, ma con la sua innovativa produzione grafica (cartelloni pubblicitari, manifesti teatrali, inviti e menù) fu uno degli antesignani dell’art nouveau, oltre che – in anticipo sui tempi – grande profeta ed interprete dei più moderni mezzi di comunicazione, che avranno grande successo e diffusione a cavallo tra Otto e Novecento.

Di nobile famiglia, dopo essere stato colpito da una grave menomazione alle gambe, si dedicò esclusivamente alla pittura; a Parigi dal 1881 prese lezioni dai pittori accademici, preferendo tuttavia ad essi la frequentazione di artisti come Van Gogh e Degas e lo studio delle stampe giapponesi, che avrà profonda incidenza nella sua originale e moderna produzione pittorica e grafica. È noto, infatti, come una parte della produzione dell’aristocratico Toulouse-Lautrec  si sviluppi proprio sulla scia del japonisme: egli traspone nella sua arte tecniche e inquadrature di quel mondo affascinante e misterioso al contesto occidentale dei locali notturni e delle maisons closes, rielaborando temi e segni del linearismo grafico giapponese, nei profili degli uomini in cilindro, nelle ombre nere alle spalle del soggetto, nella silhouette “senza testa”, ad esempio, della cantante Yvette Guilbert nel notissimo Divan Japonais. Frequentatore dell’ambiente e della vita notturna di Montmartre, egli fu l’interprete più diretto della belle époque parigina di cui seppe registrare non solo gli scintillii, ma anche lo squallore, la tristezza, la vanità e la profonda inquietudine: tra i suoi soggetti predilesse ballerine, cantanti, artisti, ubriaconi, prostitute, intellettuali e modelle, che rappresentò con spirito satirico e spesso con tratti caricaturali, pennellate rapide, efficace ed originale sintesi grafica, oltre con acuta capacità di osservazione e di indagine psicologica.

Con circa centosettanta opere, tutte provenienti dalla collezione dell’Herakleidon Museum di Atene, dal 22 ottobre 2016 al 5 marzo 2017 arriva a Palazzo Chiablese di Torino (Piazza San Giovanni, 2) una grande retrospettiva dedicata a Toulouse-Lautrec, l’aristocratico bohémien considerato il più grande creatore di manifesti e stampe tra il XIX e XX Secolo. La mostra del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, dei Musei Reali di Torino e di Arthemisia Group, vede il patrocinio della Città di Torino ed è curata da Stefano Zuffi; ottimo il catalogo pubblicato da Skira. Attraverso le opere dell’Herakleidon Museum di Atene, il percorso illustra l’arte eccentrica e la ricercata poetica anticonformista e provocatoria – tra le più innovative tra Ottocento e Novecento – di uno degli artisti oggi più apprezzati e ammirati; un’anima da “artista tormentato” fin dall’infanzia e non adeguatamente “riconosciuto”, seppur pervaso da un fortissimo slancio ottimista e dalla consapevolezza della bellezza della vita. Una bellezza semplice, dai contorni volutamente sfumati e da vivere in momenti dissoluti, dai colori forti e spregiudicati e priva di abbellimenti, nei disegni come nelle tinte. Nessuno, dopo di lui, è stato in grado di rendere così “perfetto” il volto dell’imperfezione. È questo il suo stile.

In mostra litografie a colori (come Jane Avril, 1893), manifesti pubblicitari (come La passeggera della cabina 54 del 1895 e Aristide Bruant nel suo cabaret del 1893), disegni a matita e a penna, grafiche promozionali e illustrazioni per giornali (come in La Revue blanche del 1895) diventati emblema di un’epoca indissolubilmente legata alle immagini dell’aristocratico visconte Henri de Toulouse-Lautrec.

I suoi manifesti sono (riconosciuti da tempo) capolavori d’arte e documenti di un’epoca: conquistarono il pubblico d’allora che li amò e li collezionò, in un periodo in cui altri grandi maestri si cimentavano in questo genere in forte ascesa. Ma sono tutti i suoi personaggi, colti nei caffè-concerto di Montmartre, nelle sale da ballo, nei postriboli, nel celebre Moulin Rouge, nei circhi, nei teatri, raccontati con caustica malinconia, che rivivono nella mostra. L’artista mostra un occhio spietato ed  ironico per le caratteristiche e la gestualità dei soggetti che rappresenta (che includono le vedettes sue amiche, le cantanti e ballerine May Milton, Jane Avril e La Goulue), grazie all’uso innovativo di ampie stesure di colori piatti, marcate silhouettes e punti di vista inconsueti, in un’elaborazione di inesauste folgorazioni emotive.

La sua attenzione è dunque rivolta alla “fauna umana”, solo apparentemente gioiosa e spensierata di quella “bella epoca”, ai suoi personaggi, che mette a fuoco e analizza da vicino, ai “tipi” che incontra, presentandoli sotto una luce distorta, tramite nuove inquadrature, nuovi tagli delle scene, nuovi colori e giustapposizioni di colore. La tipologia dei soggetti rappresentati è la più varia: ballerine, habituès dei cafès, borghesi goderecci, il popolo notturno, ma anche prostitute e le masse di derelitti che vivono ai margini della società, un’umanità che anche Picasso, nel suo soggiorno parigino, rappresenterà proprio nel momento del commiato di Lautrec – morto trentasettenne come Raffaello, Parmigianino e Van Gogh – da quel mondo di lustrini e di intimi dolori che aveva raccontato nel corso della sua breve esistenza umana ed artistica.

Michele De Luca