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Il mito di Piero più vivo che mai… Fino al 26 giugno una grande esposizione ai Musei San Domenico di Forlì

Piero della Francesca, Madonna della Misericordia, 1445 - 1462, Museo Civico, Sansepolcro

Piero della Francesca, Madonna della Misericordia, 1445 – 1462, Museo Civico, Sansepolcro

Lungo i cinque secoli che sono trascorsi dalla vicenda artistica di Piero della Francesca (Sansepolcro 1416/17 circa – 1492), esponente della seconda generazione di pittori-umanisti e personalità tra le più emblematiche del Rinascimento italiano, definito da Luca Pacioli nel 1494 “il monarca della pittura”, il suo “mito” ha avuto alterne vicende. Questi affascinante tema viene posto sotto la lente di ingrandimento di una eccezionale mostra allestita fino al 26 giugno ai Musei San Domenico di Forlì, prodotto di una ricognizione storico-critica affidata ad un comitato scientifico presieduto da Antonio Paolucci e – sotto la direzione generale di Gianfranco Brunelli – composto, tra gli altri, da Frank Dabell, Guy Cogeval, Fernando Mazzocca, Paola Refice, Neville Rowley, Daniele Benati, Ulisse Tramonti, James Bradburne, Marco Antonio Bazzocchi, Luciano Cheles, e Maria Cristina Bandera e Giovanni Villa. Un eccezionale catalogo pubblicato da Silvana editoriale ne costituisce strumento indispensabile di approfondimento; l’evento è organizzato dalla Fondazione Cassa dei Risparmi di Forlì in collaborazione con il Comune di Forlì.

Il punto focale dell’esposizione è costituito da alcuni dipinti di Piero che hanno avuto un’incidenza significativa nella creazione del suo “mito”; accanto ad essi figurano in mostra opere dei più grandi artisti del Rinascimento che consentono di definirne la formazione e poi il ruolo sulla pittura successiva. Per illustrare la cultura pittorica fiorentina negli anni trenta e quaranta del Quattrocento, che vedono il pittore di Sansepolcro muovere i primi passi in campo artistico, saranno presenti opere di grande prestigio di Domenico Veneziano, Beato Angelico, Paolo Uccello e Andrea del Castagno, esponenti di punta della pittura post-masaccesca. L’accuratezza prospettica di Paolo Uccello e l’enfasi plastica delle figure di Andrea del Castagno, la naturalezza della luce di Domenico Veneziano, l’incanto cromatico perseguito da Masolino e dall’Angelico, costituiscono una salda base di partenza per il giovane Piero.

Attributed to Piero della Francesca, Saint Apollonia, Italian, c. 1416/1417 - 1492, c. 1455/1460, tempera on panel, Samuel H. Kress Collection

Attributed to Piero della Francesca, Saint Apollonia, Italian, c. 1416/1417 – 1492, c. 1455/1460, tempera on panel, Samuel H. Kress Collection

Ma la mostra vuol dar conto anche dei primi riflessi della pittura fiamminga, da cogliere negli affreschi del portoghese Giovanni di Consalvo, nei quali l’esattezza della costruzione prospettica convive con un’inedita attenzione per le luci e le ombre.

Gli spostamenti dell’artista tra Modena, Bologna, Rimini, Ferrara e Ancona determinano l’affermarsi di una cultura pierfrancescana nelle opere di artisti emiliani come Marco Zoppo, Francesco del Cossa, Cristoforo da Lendinara, Bartolomeo Bonascia. Importanti sono i suoi  influssi nelle Marche su Giovanni Angelo d’Antonio da Camerino e Nicola di Maestro Antonio; in Toscana, con Bartolomeo della Gatta e Luca Signorelli; e a Roma, con Melozzo da Forlì e Antoniazzo Romano. Ma l’importanza del ruolo di Piero è stata colta anche a Venezia, dove Giovanni Bellini e Antonello da Messina mostrano di essere venuti a conoscenza del suo mondo espressivo.

La riscoperta ottocentesca di Piero della Francesca è tracciata attraverso importanti testimonianze: dai disegni di Johann Anton Ramboux alle straordinarie copie a grandezza naturale del ciclo di Arezzo eseguite da Charles Loyeux, fino alla fondamentale riscoperta inglese del primo Novecento, legata in particolare a Roger Fry, Duncan Grant e al Gruppo di Bloomsbury, di cui fece parte anche la scrittrice Virginia Woolf. Il fascino degli affreschi di Arezzo sembra avvertirsi nella nuova solidità geometrica e nel ritmo spaziale di Edgar Degas. Un simile percorso di assimilazione lo si ritrova in pittori sperimentali e d’avanguardia come i Macchiaioli. Echi di Piero risuonano in Seurat e Signac, nei percorsi del postimpressionismo, tra gli ultimi bagliori puristi di Puvis de Chavannes, le sperimentazioni metafisiche di Odilon Redon e, soprattutto, le vedute geometriche di Cézanne. Il Novecento, infine, è per più aspetti considerato il “secolo di Piero”: per il costante incremento portato allo studio della sua opera, affascinante quanto misteriosa; e per la centralità che gli viene riconosciuta nel panorama del Rinascimento italiano. Contemporaneamente la sua opera è tenuta come modello da pittori che ne apprezzano di volta in volta l’astratto rigore formale e la norma geometrica, o l’incanto di una pittura rarefatta e sospesa, pronta a caricarsi di inquietanti significati.

Piero della Francesca, San Girolamo e un devoto, 1440 - 1450 ca, Gallerie dell'Accademia, Venezia

Piero della Francesca, San Girolamo e un devoto, 1440 – 1450 ca, Gallerie dell’Accademia, Venezia

La fortuna novecentesca dell’artista è raccontata confrontando, tra gli altri, gli italiani Guidi, Carrà, Donghi, De Chirico, Casorati, Morandi, Funi, Campigli, Ferrazzi, Sironi con fondamentali artisti stranieri come Balthus e Hopper che hanno consegnato l’eredità di Piero alla piena e universale modernità. Come scrive Paolucci, “a un certo momento, nella storiografia critica del Novecento, Piero della Francesca è sembrato la dimostrazione perfetta, antica e perciò profetica, di una idea che ha dominato a lungo il nostro tempo; di come cioè la pittura, prima di essere discorso, sia armonia di colori e di superfici”. Per quanto riguarda il Novecento è interessante come il “mito” del genio di Sansepolcro permei la cultura figurativa e la comunicazione di massa, che non si limita alla pittura, ma “invade” la pubblicità, la propaganda, l’illustrazione, il fotogiornalismo, il cinema; come raccontano, in catalogo, i due bei saggi di Luciano Cheles e Marco A. Bazzocchi.

Claudio Grossi