Home » Sport » Tonino Molinari, pilastro della belle epoque del calcio campobassano

Tonino Molinari, pilastro della belle epoque del calcio campobassano

Lo storico volume sulla B

Lo storico volume sulla B

Esistono almeno due epoche del Campobasso Calcio. Quella precedente a Molinari e poi quella successiva. Eppoi la terza, quella che porta il suo nome. Senza dubbio il personaggio più determinante, lo spartiacque. Il presidente più vincente. Quello a cui si deve gran parte del merito della belle epoque del calcio cittadino. Almeno sette anni abbondanti della sua era (1981-1990, con breve intermezzo del cugino Franco De Santis) sono stati i migliori di tutta la storia del calcio rossoblù, né gli ultimi due (culminati con due retrocessioni e il fallimento) sono bastati ad annacquare quanto di buono è stato fatto in precedenza. Con lui il calcio cittadino arriva ad una dimensione mai raggiunta prima, a causa di oggettive limitazioni sociali, economiche e logistiche. Niente più anonimato, anche quelli con la puzza sotto il naso si accorgono della forza aggregante del “pallone”. Intere famiglie si trasferiscono domenicalmente al “Romagnoli”. E, al di là delle cicliche polemiche con i politici, per “via delle strutture”, Molinari è felice di aver fatto felice la sua gente, di aver offerto a suo modo il contributo giusto alla sua comunità.

Alle spalle di Frattura padre

Alle spalle di Frattura padre

E’ l’estate del 1981. Campobasso sportiva è delusa (eufemismo). L’1-1 di Rende ha dato il via libera a Cavese e Sambenedettese per la B e negato ai rossoblù di Giorgi e del presidente Falcione la possibilità almeno dello spareggio. Un ciclo societario è giunto alla fine. La vecchia dirigenza è dimissionaria. Molinari non è propriamente un appassionato di calcio. Ci mette un po’ prima di farsi convincere. Ci provano prima Colagiovanni (ex presidente anche lui) e poi Fernando Frattura. Tocca proprio a quest’ultimo l’onore di strappare il “sì”. Sarà lui, Tonino Molinari a guidare la Ss Campobasso. E si capisce subito dalle prime dichiarazioni che non sarà un passaggio breve. La società rossoblù è al quarto anno in C1. L’ambiente ed il club sono in crescita. Esperienza e capacità manageriali non mancano. E la nuova dirigenza non commette l’errore di buttare a mare quanto fatto dai predecessori. Molinari è un tipo genuino, dalla battuta pronta, generoso e pragmatico. Quello che ci vuole per risvegliare un entusiasmo fiaccato dalle ultime delusioni sportive. E dire che la squadra parte malissimo. Montefusco dura cinque giornate (quattro sconfitte), il ds Aggradi rimedia prima sul mercato (Ciappi, Canzanese, Biondi, Maragliulo, Biagetti) e poi ingaggia il tecnico Pasinato. In ventinove partite i rossoblù riescono in una graduale ma costante rimonta che si concretizza in un finale rovente (a Casarano) e un sorpasso alla Nocerina, fiera e meritevole rivale. E per poco non arriva il “double” con la Coppa Italia. Il Vicenza vince ai supplementari.

Sul volume di Gennaro Ventresca

Sul volume di Gennaro Ventresca

La serie B cambia la storia anche della nostra città. Campobasso, ma dove sarà mai? Una frase che si sentirà sempre di meno. Il Molise viene conosciuto anche per le imprese della sua squadra portabandiera. C’è pure un pizzico di fortuna in questo senso, visto che in serie B ci sono Lazio, Milan e Bologna, retrocesso proprio nell’82 per la prima volta. Salvezza tranquilla il primo anno, girone di andata favoloso nel secondo (con sogni di A che muoiono un po’ alla volta), due partenze ad handicap ma lieto fine nei due campionati successivi. Con lui al timone perdono contro il Campobasso anche Fiorentina e Juventus, in Coppa Italia, in due stadi diversi, due turni diversi ma con identico punteggio (1-0). I lupi sfidano anche i futuri campioni d’Italia del Verona (bloccati 0-0) e la Roma di Eriksson (0-0). Il grande calcio è costretto a passare anche da Campobasso. Poi la rocambolesca retrocessione dell’87, ancora oggi ricordata come “la salvezza della Lazio da meno nove”. Molinari e il suo “lupo” non riescono più a risalire dalla C1. Il cerchio si chiude con un’altra promozione mancata (’88) per un punto, prima della caduta e del fallimento. Senza di lui il calcio cittadino aprirà una fase di sofferenza che dura tutt’oggi. E non certo per colpa di chi si è impegnato a portare avanti i vari “Campobasso” che si sono succeduti. Era lui il fuoriclasse. Su questo non ci piove. Addio, presidente, ti sia lieve la terra.

Stefano Castellitto